Dirigibili a Sant’Angelo a Lecore

 

Alla vigilia della prima guerra Mondiale l’Italia decise forti investimenti per potenziare i nuovi mezzi aerei; si decise di puntare oltre che sugli aeroplani anche sui dirigibili, decidendo di costruire per anche nuove basi questi aeromobili che servissero da cantiere di montaggio e manutenzione oltre che da ricovero.[1]

Nel 1913 fu deciso di costruire nel Comune di Campi Bisenzio una base per dirigibili su un aria di circa 30 ettari presso l’Indicatore nella frazione di Sant’Angelo a Lecore.[2]
La località all’epoca era conosciuta come la Querce (o Pian del Casetto) vicino al ponte Macconi, tutti toponimi ormai scomparsi.

La costruzione dell’impianto di Campi Bisenzio, come degli altri, venne tenuto in un certo riserbo: nel 1913 il Ministro della guerra rispose a un’interrogazione confermando che si voleva costruire varie basi per dirigibili, per le quali chiedeva di non rivelare l’ubicazione. Tuttavia la dichiarazione di pubblica utilità dell’impianto di Campi Bisenzio fu pubblicata con il Regio Decreto 17 luglio 1913.

Il cantiere iniziò nel 1914 condotto dalla ditta “Giovanni Saccardi”,[3] e nello stesso anno il campo dei dirigibili di Campi Bisenzio è citato in un’altra interpellanza parlamentare.[4]

Nel 1915 venne deciso anche di collegare l’aeroscalo, in via di completamento, con il telegrafo a fili, stabilendo le modalità di allaccio.[5] L’aeroscalo fu da allora sempre dotato di un ufficio telegrafico, con due addetti, che fungeva anche da ufficio postale come era consueto all’epoca.[6]

Nel febbraio 1915 una relazione della Marina precisava che il “cantiere” fiorentino di Campi Bisenzio, con un hangar in ferro adatto per un dirigibile tipo M, sarebbe stato pronto per la fine di aprile. Quindi possiamo pensare che l’impianto, chiamato spesso “aeroscalo di Firenze”, probabilmente sia stato pronto per l’entrata in guerra.

La base di Campi Bisenzio faceva parte di un sistema che comprendeva sedi operative abbastanza prossime al fronte (Campalto, Boscomantico, Jesi, Ferrara) e impianti di seconda linea posti a una certa distanza (Pontedera, Bracciano, Ciampino, Mirafiori, Baggio, Grottaglie e Campi Bisenzio) che dovevano assemblare, collaudare e riparare i dirigibili italiani, equamente suddivisi tra Regia Marina ed Esercito (l’Aviazione ancora non esisteva). Per tali motivi l’aeroscalo veniva più propriamente chiamato “cantiere di armamento” sui documenti dell’epoca.
La base di Campi Bisenzio era costituita principalmente da un hangar prefabbricato costituito da centine reticolari di ferro, di forma parabolica, tamponamenti leggeri e un’enorme porta, formata da due battenti scorrevoli su rotaie. [7] Tale struttura era in grado di costruire e ospitare un dirigibile per volta.

Vi erano poi baraccamenti prossimi all’hangar per l’alloggiamento del personale oltre che di  reparti delle forze armate destinate alla continuativa sorveglianza della base. Una “palazzina”, sempre in legno fu realizzata per gli ufficiali.

La base non partecipò mai direttamente alle azioni belliche. Fu utilizzata soprattutto come cantiere di montaggio e manutenzione.
Nell’aeroscalo appena ultimato fu effettuato il collaudo del dirigibile P6. [8]
Tra agosto e settembre del 1915 fu assemblato il dirigibile M4 (che fu abbattuto dall’aviazione nemica nella primavera del 1916).
Nel maggio 1916 vi fu assemblato e collaudato il dirigibile M6.[9] Fu assegnato alla Marina, e su di esso per la prima volta fu installato sulla navicella un cannone da montagna da 65.[10]


Tra il 6 e l’8 giugno 1916, durante il varo e collaudo dell’M6,  si svolsero esperimenti che ebbero molto risalto a cui parteciparono lo scienziato Vito Volterra[11] e l’ingegnere progettista Arturo Crocco.[12]
Furono sparatati colpi dal cannoncino montato sul dirigibile per studiare la reazione del dirigibile al rinculo e l’influsso aerodinamico sulla traiettoria del proiettile.[13]
Il tenente Volterra (volontario ultracinquantenne e già professore universitario) meritò un encomio perché continuò a raccogliere dati sulla traballante navicella anche durante una pericolosa discesa del dirigibile. Dell’avvenimento rimane una vasta documentazione fotografica a cura del tenene Osti appartenente all’equipaggio che prese possesso del dirigibile, portandolo poi a Jesi facendo tappa a Ciampino.

Nei mesi successivi fu assemblato il dirigibile M7, assegnato all’Esercito. Il 5 agosto 1916, durante il periodo di collaudo e messa a punto, un vento fortissimo lo strappò dagli ormeggi della base, mandandolo ad inabissarsi in Adriatico dopo un volo rocambolesco.[14]
Nel febbraio 1917 fu assemblato e collaudato il dirigibile M11.[15]
Nell’aprile 1917 fu collaudato il dirigibile M12, presente il progettista Crocco. Come consuetudine la struttura metallica era giunta smontata  dalle Officine di Savigliano in Piemonte e l’involucro dallo Stabilimento Costruzione Aeronautiche di Roma. Durante i collaudi, protratti fino a maggio, raggiunse i 3700 metri. Il 24 maggio partì per il fronte, dove durante la sua prima azione sul monte Hermada fu abbattuto.[16]

Nei primi giorni di novembre 1917 giunse alla base di Campi Bisenzio l’M1, il dirigibile più longevo della serie, per fare modifiche  alla navicella.
Poi non si hanno notizie sull’attività del cantiere che fino ad allora aveva costruito e collaudato  ben 5 dirigibili della serie M in due anni (su 19 totali).

Dopo la guerra l’aeroscalo non venne più utilizzato, anche perché nel frattempo erano tramontati sia i progetti di uso militare sia le ipotesi di realizzare collegamenti civili con i dirigibili tra Firenze e le altre capitali europee.
L’hangar in un primo periodo venne utilizzato come rimessa e officina dell’Autocentro di Firenze. In seguito, intorno al 1935-36, fu smontato per recuperare il materiale e forse per realizzare alcune strutture all’aeroporto di Peretola.
Sull’area furono costruiti capannoni in cemento armato ad uso depositi militari. Al passaggio del fronte della seconda guerra furono utilizzati dai tedeschi e poi fatti saltare al momento della ritirata verso nord, oltre che bombardati dagli alleati.[17]

Nel dopoguerra l’area era in completo abbandono, nonostante l’Esercito avesse provveduto a rimuovere le macerie.
Nel 1951 si pensò di farci una “città del Cinema” con l’interessamento di La Pira e il progetto di Italo Gamberini di cui non è stato possibile reperire immagini.[18]

A partire dagli anni ’50, la zona fu impiegata per l’addestramento militare di vari reparti accasermati nell’area fiorentina e fino al 1984 in questo vasto poligono si sono succedute truppe in addestramento di tiro con bombe a mano e bombe controcarro, e anche carri armati del 19° Battaglione Corazzato di base a Rovezzano che arrivavano in fila indiana lungo la Pistoiese, che allora aveva ancora con la pavimentazione in cemento fatta nel ventennio.[19].

Dagli anni ’90, l’area risulta in disuso ed in stato di totale abbandono. Proprio in quegli anni si è verificato un grave incidente del quale ne fecero le spese due ragazzi, che dopo essere entrati nel recinto furono investiti dalle schegge di un ordigno inesploso, per le quali uno di loro perse una mano. Infatti dopo la cessazione delle attività dell’esercito non è stata svolta alcuna bonifica e sul terreno sarebbero rimaste  bombe a mano o addirittura proiettili anticarro inesplosi. L’area fu meglio recintata, ma nonostante questo negli anni Novanta vi si insediarono in baracche di fortuna gruppi di extracomunitari che furono poi sgomberati, senza comunque eliminare lo stato di degrado dell’area in cui non sono mancati incendi e discariche abusive

Nel 2007 l’area è stato consegnato dal Ministero della Difesa al Demanio.
Nel 2010 fu ipotizzato dal Ministro leghista Maroni di realizzarci un CIE, Centro per l’identificazione e l’espulsione dei clandestini.
Nel 2014 è stato attribuito a titolo non oneroso, dal Demanio al Comune.
L’Amministrazione comunale ha ipotizzato di farci un parco per energie rinnovabili o per destinarlo a scopi naturalistici e paesaggistici o magari realizzandoci una cassa d’espansione. Le intenzioni del Comune sembrano troppo vaghe, tenuto conto che dopo tre anni di inutilizzo il terreno ritornerebbe al Demanio. Speriamo solo che non diventi una spianata di pannelli solari.
Quest’area che ora vediamo abbandonata, merita di essere ricordata perché ha avuto un ruolo non solo nella storia locale, ma anche nella storia della Grande Guerra e dell’Italia.


Note
[1] Lo stanziamento dei fondi avvenne con la Legge 422/1910.
[2] La base di Campi Bisenzio andava a sostituire un hangar esistente a Campo di Marte, probabilmente di tipo provvisorio.
[3] A.Cecchi. Firenze Dirigibili in “ Filatelia“ n.6, 1972.
[4] Si tratta di un’interpellanza in cui un deputato chiede rimedi contro le “inondazioni” nella zona tra San Piero a Ponti e Sant’Angelo a Lecore e tra le ragioni che avrebbero dovuto indurre il Governo a provvedere, veniva citata la circostanza che il Ministero della guerra aveva iniziato, proprio in territorio soggetto alle inondazioni, la “costruzione di un hangar per dirigibili militari”.
[5] L.Bortolotti, G. De Luca, Come nasce un’area metropolitana: Firenze, Prato, Pistoia, 1848-2000, Alinea, 2000.
[6] Tale ufficio utilizzava dei speciali annulli “Firenze Dirigibili” che hanno interessato i filatelici per la loro rarità. (A.Cecchi. Firenze Dirigibili in “ Filatelia“ n.6, 1972).
[7] Furono costruiti vari hangar standardizzati tra i quali quelli di Ferrara, Jesi e Compalto identici a quello di Campi Bisenzio. Tale circostanza rende difficile geolocalizzare molte foto storiche.
[8] La serie dei dirigibili P (piccoli) ebbe uno scarso sviluppo, mentre la più avanzata serie M (medi) che operava ad alta quota, finì per contare 19 veivoli alla fine della guerra.
[9] Giuseppe Pesce, The Italian airships, 2009.
[10] M. Antonellini Salvat ubi lucet: la base idrovolanti di Porto Corsini e i suoi uomini: 1915-1918, 2008.
[11] Vito Volterra fu un insigne matematico e fisico, autore di importanti ricerche. Propose per primo l’uso dell’elio per i dirigibili. Fu tra i pochi professori universitari a non prestare giuramento al fascismo.
[12] Gaetano Arturo Crocco fu il progettista della maggior parte dei dirigibili italiani (e in particolare del tipo M) e ideatore del sistema “semirigido”.
[13] Il prof. Volterra pubblicò in seguito una memoria scientifica sull’esperienza della balistica di tiro dall’alto
[14] La sorte di questo misterioso dirigibile non è certa: qualche fonte, probabilmente inattendibile, riporta che si schiantò oltre il Montalbano (A.Cecchi. Firenze Dirigibili in “ Filatelia“ n.6, 1972).
[15] L’involucro dell’aeronave fu impostato sullo scalo dello Stabilimento Costruzioni Aeronautiche  di Roma mentre la navicella e la struttura interna furono realizzate presso le Officine Savigliano di Torino (Paolo Stanchina, Una missione del dirigibile militare “Angelo Berardi”, in “Ali Antiche”, nº 103, 2012)
[16] G. Cocconcelli, La vita Storia del dirigibile M12, in “Ali Antiche” n. 111, 2013
[17] A.Cecchi. Firenze Dirigibili in “ Filatelia“ n.6, 1972
[18] L.Bortolotti, G. De Luca, Come nasce un’area metropolitana: Firenze, Prato, Pistoia, 1848-2000, Alinea, 2000.
[19] Il Battaglione usava l’ area come terreno di scuola guida per i mezzi corazzati M113, M60 ed M47, assieme a molti altri reparti di stanza nell’aerea Fiorentina, fra i quali il 78° Lupi di Toscana e la Compagnia Controcarro della Brigata Friuli.

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