Periferia ma non immobile

Leggo sempre con interesse quello Vittorio Giugni scrive sul blog Liber@mente.

In uno degli ultimi post, con il titolo programmatico di “La Periferia“, che invito a leggere cliccando sul link, Giugni espone la tesi che Prato sia ormai priva di qualsiasi rilevanza a causa dell’immobilismo che caratterizza da anni la società e la politica cittadina. Come non essere d’accordo? Eppure qualche puntualizzazione deve essere fatta.

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  1. L’immagine di Firenze proiettata verso il futuro solo perchè sta tentando, con “notevoli” difficoltà, di realizzare grandi opere inutili mi sembra ingiustificata. La città risulta imbozzolata in un’economia bloccata sul turismo, sempre più insostenibile. Ha avuto negli ultimi decenni un’involuzione straordinaria, chiudendo molti legami con il territorio circostante e perdendo la straordinaria vivacità culturale degli anni ’80 e ’90. Ha espulso, in particolare dal centro storico, le piccole attività produttive, i ceti medio-bassi e una parte degli studenti. Non ha una situazione migliore rispetto a Prato in merito al degrado urbano e alla gestione dell’immigrazione.
    Contemporaneamente Prato non è riuscita ad assumere un ruolo di guida rispetto ai tanti centri circostanti (Agliana, Quarrata, Signa, Campi, Sesto) e una delle ultime occasioni è stata quella dell’aeroporto. Si potrebbe dire che è la periferia di sè stessa e non è una periferia di Firenze, con la quale i rapporti sembrano allentarsi sempre più anche sul piano economico.

  2. Il maggior ruolo nella difficile situazione di Prato è dovuto senza dubbio non alle amministrazioni che si sono succedute al governo della città, ma al ceto imprenditoriale della città che ha condizionato la politica per decenni ma che non ha saputo rinnovarsi, semmai riciclarsi.
    La maggior parte degli industriali si sono sganciati per tempo dalle attività tessili andando ad investire nel comodo settore immobiliare e generalmente non c’è stato un ricambio, neppure generazionale.

  3. Infine vorrei notare che l’immobilismo dell’oligarchia dirigente non si traduce automaticamente nell’immobilismo dell’intera città che invece cambia a gran velocità. Potrà non piacere, ma il soggetto che incide maggiormente sulla vita e sull’economia di Prato è la comunità cinese che continuamente rinnova, in bene e in male, i modi con i quali si rapporta con il contesto urbano, l’economia e l’amministrazione con la città. Cambia per dinamiche interne e per l’azione di controllo finalmente efficace che ASL e Comune stanno portando avanti. Sono quasi scomparsi i dormitori nelle fabbriche. Stanno proliferando gli affittamanere abusivi. Sta emergendo una grande evasione tributaria che lentamente si va regolarizzando. Il posizionamento urbano della comunità si sta diluendo fino a parti della città prima improbabili. Si sta alzando il livello qualitativo della produzione e il peso economico della commercializzazione che evidentemente ha trovato nuovi mercati. Si sta estendendo la presenza cinese anche fuori dalla semplice confezione, verso l’intero ciclo produttivo. Si trovano all’interno delle aziende cinesi anche lavoratori di altre etnie. Si affacciano sul mercato del lavoro i ragazzi cinesi, spesso nati a Prato, diplomati nelle scuole cittadine. Si stanno ristrutturando case e capannoni nel Macrolotto Zero e altrove. Sta emergendo una classe media, numericamente non trascurabile, con nuovi consumi e nuovi bisogni immobiliari, e si sta affievolendo la leggenda che i cinesi non si vogliano integrare.
    In definitiva una città tutt’altro che immobile, visto che buona parte del resto dell’economia cittadina disprezza ma asseconda in tanti modi le dinamiche della comunità cinese, vero motore economico di Prato.

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