Case operaie

Un complesso di case operaie in via Filicaia a Prato, rappresenta un pezzo di urbanistica ottocentesca in pieno Novecento.
Costruire case per i propri dipendenti era infatti una caratteristica degli industriali più progressisti (e paternalisti) nell’Europa del XIX secolo.
A Prato questa tipologia urbana comparve in quest’unico episodio degli anni ’30, per merito dell’industriale Valeperti che costruì questi 52 alloggi da destinare ai suoi operai, con affitto a riscatto.
case operaie - Copia

Le case su via Filicaia rappresentarono un episodio minore nelle vulcaniche attività di una personalità eccezionale come Giuseppe Valeperti (1868-1951), partito dal misero mestiere di cordaio e giunto a creare una fortuna industriale e immobiliare, senza compromettersi con il fascismo e anzi alimentando l’immagine di padrone progressista e benevolo.
Le sue imprese furono eclatanti sia in campo industriale, a Prato, che in campo edilizio, a Livorno, dove promosse la realizzazione dello Stadio e di un intero quartiere residenziale, il ” Villaggio Prato a Mare” in Viale Italia.

Quella delle case operaie fu un’operazione in certo senso antiquata, una delle ultime nel suo genere, eppure se ne può comunque apprezzare alcune caratteristiche progettuali, a confronto con le attuali  modalità di espansione urbana. La case di Valeperti, divise in nove blocchi in linea, riuscirono in un’operazione di “ricucitura urbana” di cui oggi si parla tanto e inutilmente, da Renzo Piano in giù. I blocchi modulari, combinandosi insieme riescono a chiudere due isolati molto disordinati, ad assicurare una buona densità edilizia, a risolvere il prospetto sulla strada principale e a creare una strada interna che tra l’altro era uno degli accessi alla fabbrica Valaperti, che però affacciava principalmente su via Battisti, prima di trasferirsi altrove.

Anche i prospetti seguono un linguaggio superato (vagamente “novecento”), un po’ pretenzioso e senza grandi qualità, anzi con ingenuità ed errori progettuali evidenti, visto che le finestre in asse sul portone d’ingresso sono tagliate a metà dai pianerottoli delle scale; tuttavia riescono a dare un’immagine urbana articolata e compiuta, grazie anche a sottili differenze che distinguono i nove blocchi, mediante modifiche ai cornicioni, alle modanature marcapiano e marcadavanzali, alle cornici delle finestre e dei portoni e probabilmente anche al colore originale dell’intonaco.
Lo stemma nobiliare inventato un po’ ingenuamente dal commendatore Valaperti, e presente anche sul fantasioso marchio di fabbrica e sulla villa familiare in via Matteotti, campeggia su tutte le facciate.
Oggi gli appartamenti, dalla pianta molto convenzionale, sono ancora tutti abitati, anche se molti di essi bisognosi di manutenzione e facenti parte di quell’economia dello sfruttamento che è il pilastro fondamentale della città; in questo modo rovesciando nel suo contrario lo scopo di progresso sociale che aveva visto la loro costruzione.

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Il marchio di fabbrica della ditta Valaperti, attiva fino agli anni ’60

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