Non solo tessile: cappelli di paglia a Prato

Per i decenni centrali dell’Ottocento la lavorazione della paglia ebbe a Prato un’importanza maggiore di quella del tessile.
La causa di tale  primato  fu la presenza in città della ditta dell’inglese Thomas Vyse[1], che creò la più grande manifattura di cappelli di paglia di tutta la Toscana, spostando temporaneamente il baricentro di tali attività da Signa, Campi e Brozzi, a Prato.
La ditta Vyse era stata fondata nel 1765 a Luton dove la lavorazione dei cappelli di paglia era molto diffusa. La manifattura inglese utilizzava molto la pregiata paglia italiana e così Thomas Vyse, che già importava la materia prima, nei primi decenni dell’Ottocento intensificò gli scambi con la Toscane. Intorno al 1827 decise di portare una parte della produzione a Firenze.[2] In pratica una delocalizzazione come quella che oggi fanno gli industriali italiani.

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Pubblicità della ditta “Vyse, sons e co” sulla stampa inglese

I contatti con Prato, nelle cui zone rurali si stava diffondendo la lavorazione delle trecce, devono essere stati frequenti già nei primi anni ’20: in particolare Thomas Vyse avrebbe rilevato l’attività del pratese Luigi Giunti, un innovativo imprenditore che aveva brevettato un particolare lavorazione indicata come “treccie ad opera”.[3]
Nel 1839 Vyse commissionò all’architetto campigiano Mariano Falcini (che anni dopo avrebbe realizzato la “Fontana del Papero” in piazza Duomo) il progetto per una grande fabbrica di cappelli ristrutturando edifici affacciati verso la Fortezza.[4]
Intorno al 1844 aprì la nuova fabbrica posta tra via Frascati e via della Pallacorda,  con un imponente palazzo sull’attuale via Piave.[5] L’impresa rapidamente divento la maggiore di tutta la Toscana, arrivando a impiegare l’enorme numero di 15.000 persone. Per comprendere bene la sua importanza occorre ricordare che la produzione della paglia a metà secolo, probabilmente all’apice della sua fase produttiva, costituiva 1/3 delle esportazioni totali del Granducato.[6] La ditta “Vyse, sons e co.” copriva l’intero ciclo produttivo: coltivazione del grano (anche in Valbisenzio)[7], trattamento della materia prima, realizzazione delle trecce (con il sistema a domicilio), assemblaggio dei cappelli e rifinizione in fabbrica.

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Lo stemma dei Vyse nel repertorio della nobiltà toscana.

La città accolse Tommaso Vyse (e la sua attività) con entusiasmo e l’inglese fu ammesso alla nobiltà pratese già nel 1846; il suo stemma (probabilmente inventato sul momento) aveva un cervo d’argento sormontato da una croce. Forse i pratesi non sapevano che Vyse aveva origini abbastanza umili, oltre che un fratello galeotto che Thomas, per sottrarre alla deportazione in Australia, aveva mandato a lavorare nel negozio di New York.

Furono atti di crescita impetuosa, di febbrile attività e di fermento creativo. Alla manifattura Vyse vengono attribuite l’introduzione delle trecce a 11 fili e la decisione di utilizzare separatamente la punta dello stelo della spiga dalla parte bassa (pedale) che i Vyse riuscirono ad utilizzare per ottenere una materia prima più leggera e uniforme.[8]

Il maggior contributo dato dai Vyse alla produzione dei cappelli di paglia fu comunque quello di aver introdotto una mentalità industriale, uniformando le fogge e i modelli mediante anche l’introduzione di macchine e ricercando l’omogeneità nello spessore e nel colore della materia prima.[9] A tal scopo venivano anche svolti veri corsi di formazione per gli operai. Presumibilmente a soprintendere alla produzione nelle sue varie fasi era impiegato personale inglese.  [10]

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La sede della ditta Vyse a Londra

Nel momento di maggior espansione la “Vyse, Sons e co.”  aveva dunque una sede produttiva a Prato e una a Luton, e sedi commerciale a Londra (3 Cripplegate Buildings) e a New York. Un piccolo impero che si estendeva dal commercio delle materie prime a quello dei prodotti finiti e delle macchine per la lavorazione. Ad aiutar Thomas erano i numerosi figli. Nella sede italiana furono attivi Federico che però morì nel 1840 a Firenze a soli 23 anni,[11]  Thomas Andrew che poi si trasferirà a New York e il nipote John Reynolds, (era il figlio della sorella Caroline) associato alla ditta fin dal 1845.
Degli altri figli, Charles era la pecora nera della famiglia, Richard era responsabile della sede di Luton, Henry della sede di Londra.

Interessante notare come la scelta di insediarsi in Toscana di Thomas Vyse sia stata seguita o preceduta da altre ditte sia inglesi (come i Weller anch’essi di Luton e imparentati con i Vyse) sia svizzeri come Burgisser. Quest’ultima ditta aveva un laboratorio a Prato per la  sbiancatura della paglia.

Intorno agli anni ’50 Thomas ritornò definitivamente a Londra lasciando per sempre Prato e per il resto della sua vita risiedette a Londra nella sua tenuta di Herne Hill. L’attività fu affidata al nipote John Reynolds che intorno al 1870 prese il completo controllo della ditta pratese.[12]
La ditta restò per decenni ad alti livelli visto che all’Esposizione Universale, che si svolse a Londra nel 1851, alla ditta “Vyse and Sons (Prato)” venne rilasciato un premio per i prodotti in paglia (inseme alla ditta Nannucci di Firenze). Nel 1861 fu visitata dal principe Umberto in visita alla città. Primo premio all’Esposizione nazionale del 1861 e di nuovo premiata nell’Esposizione di Londra del 1862. Ancora a Vienna nel 1871 e nel 1878 all’Expo di Parigi la ditta “Wyse figli e co. (Prato)” ricevette la Medaglia d’oro per i “cappelli e treccie di paglia”.

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Il palazzo su via Piave progettato da Mariano Falcini. I padiglioni della fabbrica affacciavano su via della Pallacorda.

Poco dopo il 1880, l’attività e la fabbrica di fronte alla Fortezza furono vendute alla ditta Falcini (sempre per la produzione di cappelli di paglia), ma l’attività dovette calare o forse cessare con il passare degli anni. Negli “Stati d’anime” della parrocchia delle Carceri, nel 1888 il palazzo su via Piave viene indicata la «casa della signora Falcini, antica fabbrica Vyse». La proprietà rimase ai Falcini fino circa al 1910, poi passò ai Fiorelli[13]

Dopo gli anni ’80 dunque la ditta lasciò l’Italia ma continuò l’attività intorno a Londra in almeno due fabbriche: una a Luton (almeno fino al rovinoso incendio del 1930) e una a St.Albans a partire dal 1908. La filiale americana aveva chiuso malamente nel 1876.
L’unico a rimanere a Prato fu il nipote di Thomas, ormai italianizzato, cavalier Giovanni Reynolds che si era ben inserito nella società pratese del tempo, comprato una bella villa alla Castellina e, da buon possidente, fu tra i benemeriti fondatori della Casa di riposo in via Roma. Morì a Prato nel 1887.

Palazzo Wise - FiorelLa produzione della paglia a Prato continuò anche senza i Vyse, anche se l’epoca d’oro era ormai passata. Diverse le manifestazioni a Prato durante gli scioperi del 1896 che videro le trecciaiole manifestare contro lo sfruttamento del lavoro e l’abbassamento dei salari causato dall’entrata sul mercato di prodotti giapponesi e cinesi. Il baricentro produttivo era però ritornato a Campi e Signa, dove la produzione dei cappelli di paglia prosperò anche nel corso della prima metà del  XX secolo. Prato si era ormai convertita alla monocoltura tessile.

NOTE:

[1] La grafia Wyse si impose solo a fine secolo.

[2][2] D.E. Colnaghi, Notes on the Florentine Straw Industry in “The Antiquary”, September 1886.

[3] Colnaghi, cit

[4] Falcini Mariano, in “Dizionario Biografico degli Italiani, 1994, Treccani

[6] P.Meloni, L’immaginario del made in Italy: la biografia culturale del cappello di paglia fiorentino, Università ,degli Studi di Siena, 2017

[7] Dopo le innovazioni di Michelacci a Signa, si utilizzavano particolari varietà di grano  coltivato su terreni poveri e meno soleggiati,  e raccolta era anticipata al mese di maggio quando il grano non era maturo ma il fusto era fresco, chiaro e flessibile. La raccolta avveniva per sradicamento e non con la mietitura in modo da poter sfruttare tutta la lunghezza del fusto.

[8] Commissione d’inchiesta sull’industria della paglia, ed. Civelli, 1896

[9] Handwerk, 1/10, “Dalla Spiga al cappello”, 2013

[10] Uno di questi fu James Askew, morto a Prato 1857 e sepolto nel chiostro di san Francesco, in quanto si era convertito al cattolicesimo.

[11] Nel cimitero degli Inglesi è seppellita anche la piccola Anna Vyse, figlia di Thomas Andrews Vyse, morta a Firenze nel 1829

[12] Handwerk, 1/10, “Dalla Spiga al cappello”, 2013

[13] R. Fantappié, R. Agresti, D.Grimoldi, L’Ottocento a Prato, 2000

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