La monocoltura dell’enoteca

downloadInteri tratti delle vie e delle piazze del centro storico di Prato accorgono praticamente solo pubblici esercizi per somministrazione di cibo e bevande. Praticamente spariti gli alimentari, per non parlare di piccoli artigiani, mercerie, mesticherie, cartolerie, macellerie, fotografi ecc.

La città cambia: la grande distribuzione ha fortemente ridimensionato il piccolo commercio e la risposta dell’economia locale è quella di investire nei locali pubblici: vinerie, focaccerie, cocktail-bar, pizzerie, fiaschetterie, tabas-bar, pub, birrerie,“burriterie”, enoteche, paninerie, gastropub, preferibilmente ad apertura serale e notturna.

Al posto della complessità di una città, abbiamo una monocoltura: uno schema semplificato di città dove la residenza coesiste solo con i localini alla moda e niente altro.
Dunque da una parte un centro storico che, per fortuna, ha mantenuto la funzione residenziale, forse a causa della scarsa presenza di attività direzionali e all’assenza di attività turistiche. Dall’altra parte la forzata trasformazione delle sedi del piccolo commercio al dettaglio in esercizi di locali pubblici destinati in particolare alla clientela giovanile di tutta la città che ama ritrovarsi a tarda sera nel centro storico. Questo naturalmente crea gravi problemi di convivenza tra queste due realtà e polemiche a non finire. L’elemento che crea i maggiori disagi ai residenti è proprio l’estrema concentrazione dei locali e la presenza di persone per strada fino a tardissima notte, con le varie conseguenze relative al rumore in ore notturne, alle intemperanze alcoliche e a episodi di vandalismo.

In tal modo risulta evidente come le grandi trasformazioni urbane complesse, come la realizzazione di così tanti centri commerciali, crea una situazione da monocoltura economica a qualche chilometro di distanza, allo stesso modo di come la globalizzazione economica mondiale crea disastrose monocolture agricole nelle aree del terzo mondo.

Una situazione simile a quella di Prato la possiamo vedere in città simili, anch’esse prive di turismo, come Pistoia, che si sta sforzando di governare il fenomeno. A Firenze invece la situazione è ancora peggiore, con i residenti espulsi di fatto dal centro storico e con la città in preda alla movida, non dei giovani locali ma dei turisti avvinazzati di tutto il mondo.

Nelle parole di buon senso e di conciliazione di amministratori e politici si riconosce l’impotenza verso le trasformazioni in atto. Si stenta a distinguere nei fenomeni sociali e urbani le conseguenze di scelte di politica urbanistica. Si fa fatica a trovare soluzioni mediante scelte di gestione del territorio.

Nelle parole senza senso di alcuni aspiranti politici giovanilisti e progressisti si riconosce invece la perdita di contatto tra la sinistra e la realtà.

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