Lacci e lacciuoli allo sviluppismo

Intorno al 1999 un’importante impresa fiorentina, una delle poche quotate in Borsa, decise di spostare la propria sede dal territorio di Firenze in un comune della Provincia.
Nel 2000 scelse quindi un bel terreno rimasto con destinazione agricola nonostante la posizione su una importante viabilità.

Chiaramente non era l’unica soluzione, ma certamente era quella che garantiva il maggior valore aggiunto dell’investimento.
Acquisire un capannone o un terreno già edificabile nel Macrolotto di Prato o nelle zone industriali di Sesto o di Campi sarebbe stato molto più costoso, anche se enormemente più celere.
Naturalmente gli amministratori politici di fronte ad un investitore di tale levatura fecero tappeti rossi e promisero il cambio di destinazione d’uso: in Toscana si era già da tempo nell’era dell’urbanistica contrattata.
Rimaneva da sistemare qualche dettaglio di poco conto: il Piano strutturale,  il Regolamento Urbanistico, il Piano di lottizzazione e la Concessione Edilizia. Quattro procedure, ognuna con procedure e tempi propri, a garanzia della legalità, dell’interesse pubblico e della trasparenza nel governo del territorio (che è un bene comune).
Iniziò così un lungo iter che coinvolse in una specie di domino anche il cambio d’uso delle aree vicine (che probabilmente era uno dei capisaldi dell’affare fin dall’inizio) e si intrecciò in modo abbastanza confuso con procedimenti di approvazione già in corso dei vari livelli della pianificazione urbanistica comunale.

Così gli anni passavano e il titolare della ditta manifestava di continuo il suo disappunto a mezzo stampa:
«Me ne vado, lo stabilimento lo costruisco lontano da Firenze. Avrei dovuto fare come tante altre imprese e delocalizzare».
In realtà aveva già delocalizzato nei pressi di Shangai  in Cina.
«Non posso più attendere tempi biblici. Ho già aspettato sei anni. Piani territoriali provinciali, piani regolatori comunali, richieste di riduzione o modifica dei volumi, discussioni infinite.  Ma in qualsiasi paese d´Europa non ci si mette tanto per costruire uno stabilimento industriale».
Se avesse scelto e pagato un lotto già urbanizzato in un insediamento industriale non avrebbe aspettato sette anni. Le licenze nel Macrolotto due di Prato si rilasciano in pochi mesi.

Per rimuovere questi presunti ritardi si mossero con dichiarazioni di fuoco anche politici come Riccardo Nencini, oltre che il presidente di Confindustria, il presidente della Camera di commercio e il segretario di Confesercenti. Tutti con dichiarazioni simili a questa:
«Sette anni di attesa confermano che il gap tra le nostre lentezze e regole spesso poco comprensibili e quel che succede nel resto d´Europa è enorme».
In realtà la regola era chiaramente comprensibile: si trattava di terreno agricolo non edificabile: più chiaro di così! In Europa una vicenda così forse non sarebbe neppure iniziata.

Intervenne per manifestare il suo disappunto per i ritardi anche il preoccupato Presidente della Regione Claudio Martini.
Anche la stampa si schierò dalla stessa parte: “Vuole fare la fabbrica, non può“, titolò la Repubblica del 27/4/06.
Comunque nel maggio 2006 finalmente venne rilasciata la licenza di costruzione e si cominciò a deviare un torrente.

Ma, forse a causa delle pressioni, l’ufficio Urbanistica non doveva aver lavorato al meglio e nel marzo 2007, l’area su cui doveva essere costruita la nuova sede fu sottoposta a sequestro preventivo, nell’ambito dell’inchiesta sul “malfunzionamento” dell’ufficio tecnico del Comune, per una sospetta illegittimità (contrasto con il piano strutturale che in verità riguardava l’intero Regolamento urbanistico), nonostante una rabberciata riduzione di volumi poco prima del rilascio.

Subito dopo il sequestro piovvero nuove dichiarazioni di politici e categorie e così già nel luglio 2007 fu sbloccato il cantiere e furono ripresi i lavori.
Nel 2008 un nuovo sequestro per un sospetto di elusione dei dazi dalla Cina. I lavori comunque lentamente proseguirono.
Nel 2016 lo stabilimento è incompleto e sembra sostanzialmente inutilizzato anche per le parti finite.

fabbrica

In conclusione:

  • chi, tra gli imprenditori, lamenta i vincoli e le lentezze burocratiche dovrebbe spiegare perché non si assoggetta alle norme e ai prezzi di mercato come tutti i cittadini;

  • la stampa dovrebbe approfondire le questioni urbanistiche senza limitarsi ai luoghi comuni dei lacci e lacciuoli;

  • i politici “sviluppisti” dovrebbero capire che il governo del territorio può essere una leva dello sviluppo economico anche senza consumare inutilmente il suolo con altri inutili capannoni;

  • gli amministratori non dovrebbero avere la “contrattazione” come unico strumento di pianificazione, soprattutto quando non sono chiare le contropartite della contrattazione.

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