Lo scalo del Poggio a Caiano

scalo

fig. 1 –   ASF – Pianta dello scalo sull’Ombrone -1836

Copia di scalo3

fig.2 – La posizione dello scalo

Sembra strano pensare a barche naviganti sull’Ombrone, ma a lungo questo è stato possibile, forse a causa di differenze climatiche o forse grazie a una migliore sistemazione idrogeologica del territorio. Per secoli barche a fondo piatto hanno percorso non solo l’Arno ma anche l’Ombrone e il Bisenzio.
In particolare a Poggio a Caiano,  tra il XVIII e i XIX, il fiume è stato percorso da molti navicelli carichi di “ferraccio” (cioè di ghisa), di proprietà della “Magona”, l’impresa statale voluta da Cosimo I nella prima metà del Cinquecento per lo sfruttamento del minerale proveniente dall’isola d’Elba. Tale struttura aveva il monopolio sull’estrazione e lavorazione del ferro. La ghisa di prima fusione prodotta dai forni intorno a Follonica, veniva trasportata per via mare, fino alla foce dell’Arno o per meglio dire al canale dei Navicelli. Il materiale veniva poi caricato su imbarcazioni più piccole, i cosiddetti “navicelli” e seguiva il corso dell’Arno fino al porto di Signa. Da qui proseguiva con barrocci verso Lecore e Poggio a Caiano e da qui verso Pistoia. Nel Settecento, per risparmiare sul difficile trasporto da Signa a Poggio a Caiano si cominciò ad utilizzare  l’Ombrone, nei periodi invernali, quando la portata dello consentiva, per consentire a piccoli navicelli di risalire il corso del fiume dallo sbocco nell’Arno presso la Gonfolina fino a Poggio a Caiano. A tal fine nella seconda parte del XVIII secolo venne costruito, accostato al ponte all’Asse, uno scalo di uso esclusivo della Magona, per consentire di scaricare agevolmente la pesante ghisa dai barconi e portarlo a livello strada. Si trattava di un’ampia scalinata che arrivava al pelo dell’acqua, di una piazzola per organizzare il carico e da una rampetta per giungere a livello della strada Regia Pistoiese (fig.2).

Dall’altra parte del ponte, separata dallo scalo solo dalla strada, si trovava la “Casa del Ministro” (cioè dall’amministratore che contabilizzava e sorvegliava il traffico) con un’ampio orto sul retro e al piano terra i locali del “magazzino del ferro”, per il temporaneo stoccaggio del materiale. La ghisa veniva poi caricata su barrocci e trasportata ai magazzini di Capostrada, a Pistoia, da dove proseguiva a dorso di mulo fino alle ferriere della montagna e trasformata in zappe, vanghe, accette, vomeri, chiodi, armi (ogni ferriera aveva le sue specializzazioni).
Nel 1836 la Magona, conservando la gestione dell’estrazione del minerale dell’Elba e alcuni forni di prima fusione in Maremma, decise di vendere ai privati gli impianti pistoiesi compreso lo scalo e il magazzino di Poggio a Caiano. In quella occasione fu redatta la pianta (inedita) degli edifici e delle attrezzature poggesi (fig.1).

L’industria siderurgica pistoiese decadde rapidamente per la concorrenza estera e poco tempo dopo lo scalo  venne rimosso e ripristinato l’argine. Il magazzino del ferro venne utilizzato per altri usi.

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