Interesse Pubblico e Interessi Privati

I conflitti che sempre più spesso si aprono all’interno delle comunità della Toscana in merito ad opere pubbliche ed interventi di trasformazione del territorio che i cittadini rifiutano, non possono essere ricondotti semplicemente al dilemma tra ambiente e sviluppo. Non possono cioè ridursi al contrasto tra coloro che, animati da lodevoli sentimenti, voglio difendere le rondini, i rospi e l’ambiente e coloro che vogliono promuovere lo sviluppo, cioè il progresso economico, il benessere e il lavoro. A diffondere questa visione, che confina i contestatori delle “grandi” opere all’immagine di ingenui visionari o di miopi egoisti, sono proprio gli sviluppisti: gli uomini del “fare“.

In realtà il conflitto in corso è più serio e coinvolge due diverse visioni di sviluppo economico e sociale.
Il contrasto è sempre tra interessi collettivi e interessi privati.

Intorno a questo nucleo arroventato girano tutte le questioni, dalla gestione dei servizi pubblici, all’uso dei beni comuni, alla modalità di realizzazione delle infrastrutture, alla priorità di scelta delle opere pubbliche, alla pianificazione del territorio, alla tutela del patrimonio culturale e paesaggistico.
Tutte situazioni che oggi vedono prevalere una strana ideologia che celebra i processi di privatizzazione rifiutandosi di vederne gli esiti infausti; che determina la centralizzazione dei processi politici, non ammettendo contraddittorio; che asseconda, con risorse pubbliche, i processi economici proposti dai soggetti privati forti, usando come giustificazione universale l’uscita dalla crisi.

Prendiamo per esempio il caso del marmo delle Apuane per l’estrazione del quale non si riesce a imporre delle regole. Si tratta di una risorsa pubblica concessa in uso perpetuo, con canoni irrisori e spesso non pagati, a cosiddetti imprenditori, consentendo uno sfruttamento intensivo, a basso indice di occupazione e con conseguenze distruttive su altre attività e potenzialità economiche.

sovrapposizione

Lo stesso possiamo dire per il nuovo aeroporto di Firenze. I settori economici che lo propugnano voglio sfruttare Firenze, la gallina rinascimentale delle uova d’oro, fino all’ultimo pezzettino di lastricato.
La città del giglio è un bene pubblico, anzi un “patrimonio dell’umanità”, ma qualcuno cinicamente pensa che il piccolo quadrilatero del centro storico possa accogliere il doppio di turisti di quanto non sia oggi e vuole un nuovo aeroporto che li porti con voli low-cost proprio alle porte della città, con conseguente “sviluppo” di investimenti immobiliari e attività turistiche e commerciali di bassa lega che finiranno per distruggere il turismo di qualità di coloro che vogliono visitare la città rinascimentale e si trovano in un parco a tema da visitare in un giorno per poi ripartire verso altre mete.
Per consentire la realizzazione del nuovo aeroporto si sono mossi i vertici istituzionali della Regione e dello Stato con atti amministrativi ai limiti della legalità e si utilizzeranno forti investimenti pubblici a favore di soggetti “imprenditoriali” privati.
In nome dello sviluppo economico si sacrificheranno centinaia di ettari di territorio, si rinuncerà di fatto all’uso collettivo del territorio come Parco della Piana, si provocheranno alterazioni all’assetto idraulico e alla qualità dell’aria.

La cosa più incredibile della situazione e che nel processo decisionale la rappresentanza degli interessi privati, travestiti da interessi per lo sviluppo, è l’unica ad essere  garantita.
Si tratta degli interessi di coloro che da decenni hanno dismesso qualsiasi investimento nell’industria manufatturiera; che hanno tratto tutto l’utile possibile dalla speculazione edilizia portata a Firenze a vette inarrivabili, come ci raccontano le rapidamente dimenticate cronache giudiziarie; che vedono i vincoli e le regole come freni inaccettabili.

Quindi, in nome dello sviluppo, coloro che sono eletti dal popolo hanno come obiettivo primario la tutela delle libertà d’uso e sfruttamento del territorio da parte delle imprese economiche, preferibilmente grandi o multinazionali, trascurando le possibilità di vero sviluppo che vengono invece dalla tutela del territorio capace di creare ricchezza durevole per le comunità.

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