IL GIOVANE VIAGGIATORE

Filippo Mazzei (1730 -1816 )

La memoria del  grande viaggiatore merita di essere celebrata, a duecento anni dalla morte, e spero che le istituzioni, comprese quelle della città di Prato, lo facciano nel miglior modo. Io personalmente vorrei dimostrare la mia ammirazione per il viaggiatore poggese con una sorta di racconto che lo presenta non nella saggezza della vecchiaia e neppure nell’attivismo a volte incoerente della maturità, ma ancora giovanissimo, mentre fugge da una vita mediocre cercando il proprio futuro e compiendo il suo primo viaggio verso il mondo, modello per migliaia di giovani di oggi e motivo di rimpianto per chi non ha avuto il suo stesso coraggio.

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Una mattina della primavera del 1751, un giovane, vestito piuttosto modestamente, camminava svelto lungo Via Pisana a Firenze, accanto a un facchino che spingeva un barroccio con un baule sopra.
Il suo aspetto mostrava che la sua non era la condizione di un nobile ma neanche di uno del popolo, come rivelava anche lo spadino al suo fianco. Si stava dirigendo, seguito dal suo bagaglio, verso lo scalo del Pignone che, poco fuori le mura, era da secoli il principale porto d’imbarco dei navicelli d’Arno, soprattutto dopo la costruzione della pescaia d’Ognissanti aveva annullato il traffico allo scalo delle Travi. Uscendo dalla porta San Frediano, lasciandosi sulla destra l’oratorio di San Carlino dei Navicellai, una brezza mattutina gli portava alle narici il puzzo della vicina zona della Sardigna, dove si concentravano le concerie della città e dove i macellai scaricavano i loro rifiuti. Passò attraverso un piccolo borgo affollato di artigiani, commercianti e lavoratori indaffarati in ogni sorta di attività e manifatture.[1] Il giovane si diresse verso la sponda del fiume affollato anch’esso di mercanzie e uomini. Un muraglione con sproni di pietra o pigne sporgenti permetteva l’attracco dei navicelli che trafficavano su e giù per il fiume quando la portata dell’acqua lo permetteva e cioè da Ottobre a Maggio. Dopo una breve trattativa sul prezzo, fece caricare il suo bagaglio e si imbarcò subito sul navicello che lo avrebbe portato giù per il fiume fino a Pisa, a Livorno e poi il più lontano possibile da casa.

Il giovanotto si chiamava Filippo Mazzei, allora poco più che ventenne con alle spalle studi piuttosto disordinati e qualche conoscenza di medicina acquisita presso la scuola dell’ospedale di Santa Maria Nuova. Dopo il viaggio sull’Arno che stava per intraprendere diventò un avventuriero, cittadino del mondo.

Aveva scelto il navicello perché allora costava molto meno della diligenza.[2]  Infatti il giovane era piuttosto spiantato, dopo che il fratello maggiore Jacopo lo aveva in qualche modo privato della sua parte di eredità. L’aspro scontro in famiglia, a Poggio a Caiano, era la causa principale della sua fuga e si era aggiunto al dolore per la morte del padre ed alla delusione per essere stato espulso dalla scuola di medicina per cause rimaste piuttosto oscure.
Privato di un futuro, senza una professione, escluso dal patrimonio paterno mediante una dissimulata applicazione della primogenitura, favorita dallo zio prete, Filippo aveva così deciso di tagliare i ponti con la sua vita giovanile e partire.

Filippo salì, insieme a pochi altri passeggeri sulla piccola imbarcazione nel porto del Pignone e si sedette sulla panca di legno poco prima della poppa. L’imbarcazione era di dimensioni medie, lunga circa 20 braccia, con il fondo piatto, le sponde arrotondate ed un albero con una vela latina, ma non offriva alcuna comodità; la protezione per i passeggeri in caso di pioggia era costituita da un telo incatramato da stendere su certe aste di legno da fissare alle sponde, ma per fortuna quella era una bella mattinata di sole. Il tragitto da Firenze a Pisa era generalmente molto rapido e durava mediamente una giornata, al contrari del viaggio inverso la cui durata media era di tre giorni. Filippo, partito in mattinata, arrivò infatti a Livorno entro sera.

L’equipaggio era di solo tre uomini: il padrone, un omone di mezz’età, il timoniere che il primo presentò come il suo figliolo maggiore e si accomodò a poppa ad imbracciare la barra del grande timone ed il figlio minore che si pose a prua con una gran pertica, a vigilare sui tanti pericoli ed ostacoli che si potevano parare davanti all’imbarcazione. Il navicellaio badava invece alla vela e alle necessità dei passeggeri.

Giunti in vista del ponte di Signa il padrone tolse la vela e abbassò l’albero perché l’altezza dell’arco centrale non aveva un’altezza sufficiente.[3] Come da accordi il navicello fece tappa nei pressi del ponte e così Filippo poté far salire a bordo l’altro bagaglio con tutte le sue cose che aveva fatto venire direttamente dal Poggio a Caiano.
Filippo finora assorto nei suoi pensieri, cominciò ad osservare gli altri passeggeri. Si distingueva tra questi un pingue ecclesiastico che si guardava intorno piuttosto curioso o apprensivo. Già prima aveva provato ad intavolare un qualche discorso con gli altri passeggeri e a quel punto del viaggio il pievano era ormai a suo agio e trattava i sui compagni di viaggio con gran confidenza ed in particolare sembrava curioso di conoscere Filippo e la storia di quel giovane dall’aria corrucciata.

Il navicello proseguì giù per il fiume e passò dal vicino Porto di Mezzo dove si fermava la maggior parte dei navicelli provenienti da Pisa, quando l’Arno era in secca e non consentiva di giungere a Firenze. In quel caso merci e passeggeri raggiungevano la città via terra, lungo la strada Pisana.

Poco oltre dopo una stretta ansa del fiume, si face incontro l’Osteria della Lisca ed il pievano ebbe modo di mostrare la propria erudizione:
«Guardate la lisca appesa sulla porta di quell’osteria: è una costola di capidoglio o fisetere lunga circa  8 braccia.» [4]

Dopo l’osteria, il Porto di Sotto era posto all’imboccatura dell’Ombrone presso la Gonfolina dove grandi rupi di roccia arenaria quasi occludevano la valle, tanto che la strada pisana si accostava al fiume.

«Guardate amici la magnifica Gonfolina – disse il pievano, che ormai si era nominato cicerone – qui  il Signore di Lucca, Castruccio Castracani, ebbe l’idea di chiudere con una grande pescaia questa strettoia per allagare e distruggere l’avversaria Firenze. Ma per fortuna il ghibellino non ebbe modo di realizzare il suo progetto.» [5]

Presso questo piccolo scalo Filippo ebbe modo di osservare i blocchi di pietra serena, estratti dalle vicine cave, sotto Comeana, e pronti per essere imbarcati. Tale merce non aveva mercato a Firenze dove arrivava quella migliore delle colline fiesolane ed era destinata  in larga parte a Pisa, a causa della facilità del trasporto fluviale.[6]

Filippo osservò con poco interesse anche i navicelli con il ferraccio che lentamente, vincendo la corrente procedevano per scaricare a porto di Mezzo o a ponte di Signa, dove il materiale, con grande difficoltà, sarebbe stato trasportato via terra, fino a raggiungere alla strada per Pistoia. Filippo fin da ragazzo si era abituato a vedere a Poggio a Caiano i barrocci provenienti da Signa che avrebbero proseguito il viaggio lungo la strada maestra fino a Pistoia e poi su per le montagne fino a Capodistrada e poi e da qui a dorso di mulo, alle ferriere di Mammiano, le Piastre e altri luoghi della montagna. Ormai non si trasportava più il minerale così come estratto all’Elba, perché i boschi di Pracchia e di tutta l’alta valle del Reno avevano rischiato la distruzione per alimentare i forni di prima fusione. Sulle montagne pistoiesi erano rimaste così le ferriere di seconda fusione che utilizzavano la ghisa e consumavano meno carbone, mentre gli altoforni erano a Follonica e Campiglia. Proprio in quegli anni si cominciava ad utilizzare un nuovo percorso quando la stagione era propizia e le abbondanti piogge consentivano ai piccoli navicelli di lasciare il corso principale dell’Arno per inoltrarsi faticosamente lungo lo stretto corso dell’Ombrone, portando così la ghisa fino allo scalo di Poggio a Caiano al ponte all’Asse. Vicino all’argine dove Filippo amava passeggiare, soprattutto nei momenti di maggior tensione con il fratello maggiore, sarebbe stata costruita a breve la casa dell’amministratore che  supervisionava tutto questo traffico.

Tra le varie chiacchiere e i motteggi dei compagni di viaggio, una strofetta colpì il giovane Filippo:
Gran bella cosa è i viaggiar per il mondo!
Diceva un fiorentino tondo tondo
Andato in navicello fino a Signa.

Infatti, passati i porticcioli delle Signe, per Filippo tutto era nuovo e mai visto e il fiume continuava a scoprire immagini sempre diverse e gli fece pensare a come era stata provinciale e limitata fino ad allora la sua vita passata tra Poggio a Caiano, Prato e Firenze. Filippo infatti non si era allontanato dalla sua casa per più di 10 miglia e che tutto quello che c’era dopo Signa per lui era incognito quanto la Cina o il Giappone.[7] Osservò dunque tutto con grande curiosità.

Agli amici fiorentini aveva detto che desiderava vedere Livorno e staccarsi dai dispiaceri, ma la sua intenzione era d’imbarcarsi alla ricerca di fortuna e di avventure, possibilmente nelle colonie portoghesi  dell’America del Sud.  Vivrà e viaggerà invece a Costantinopoli, Smirne, Londra, in Virginia, in Olanda, a Parigi, a Mosca, a Varsavia. Farà il medico, l’insegnante, il commerciante, il possidente agrario, il diplomatico, lo scrittore. Sarà amico di Benjamin Flanklin, George Washington,  John Adams, Thomas Jefferson,  James Madison,  James Monroe[8], Jacques-Louis David[9], Jean-Antoine de Condorcet,[10] Jan Potocki.[11]

Ma allora, all’inizio di quel suo viaggio lungo una vita, Mazzei non poteva conoscere tutte le avventure che la vita gli avrebbe riservato.

Sulla destra Filippo riconobbe la Villa di Artimino da anni ormai disabitata. Il granduca faceva l’imperatore a Vienna ed era venuto a Firenze quando lui era ancora un bambino. Più tardi conobbe suo figlio, il granduca Pietro Leopoldo con cui ebbe un rapporto di stima e di comunanza d’idee, ma anche di forti contrasti.

Il pievano continuava loquace ed inarrestabile ad intrattenere i compagni di viaggio, alternando episodi storici, esempi morali, conoscenze pratiche e consigli di vita. Mazzei aveva con i rappresentanti del clero un rapporto complesso. Già introdotto alla massoneria e di inclinazioni anticlericali, da ragazzo aveva visto con dolore il fratello Giuseppe costretto alla tonsura e detestava lo zio, priore  a Paperino, per il ruolo che aveva avuto nelle sue disgrazie economiche. Tuttavia non gli dispiaceva chiacchierare con i preti, anche per prenderli in giro inventando complicati quesiti morali che lo avevano portato anche ad un impegnativo colloquio con un sacerdote dell’Inquisizione sul tema del limbo per i bambini morti senza battesimo. Su argomenti simili ci aveva rimesso la pelle dieci anni prima il poeta Tommaso Crudeli, anch’esso massone della stessa loggia che anni dopo aveva frequentato Mazzei.
In quel momento tuttavia la sua natura gioviale gli fece affrontare con cordialità il loquace compagno di viaggio.
«Torno nella mia Lucca, dopo importanti colloqui a Firenze» – confidò il prete».
«Mi sembra che abbiate scelto la strada più lunga!» – osservò Filippo.
«Infatti mi hanno sconsigliato il viaggio in carrozza sulle strade dopo le piogge della scorsa settimana ed io, come potete vedere, non posso certo affrontare un viaggio a cavallo, pesante e disadatto come sono. Giunto a Pisa cercherò un mezzo per raggiungere la mia città.[12] Voi invece dove siete diretto?
«A Livorno e poi cercherò un imbarco per Cadice o Lisbona e per il Nuovo Mondo o comunque quanto più lontano possibile. »

Il colloquio andò avanti così, tranquillo come il corso del navicello lungo la corrente.
«Sappiate – disse il prete – che su questo fiume hanno viaggiato le cose più incredibili e preziose e non soltanto questi poveri navicelli. Per esempio nel 1563 fu trasportata lungo il fiume la grande colonna della Giustizia, alta quasi venti braccia e innalzata dal vostro Granduca Cosimo in piazza santa Trinita. Il grande fusto in granito egiziano, donato dal papa, fu preso dalle rovine antiche nei pressi della Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e viaggiò da Roma per mare  fino alla foce di questo nostro fiume. Partita da Pisa in Aprile giunse con una scafa fino al Ponte di Signa e non più oltre nonostante la stagione favorevole.[13] Giunse poi a Firenze trainata dai buoi solo a luglio. »
«La vostra cultura è sterminata, caro priore – disse un altro passeggero, un commerciante di salgemma che andava a prelevare la sua merce allo scalo d’Empoli.»
«Cosa resta a noi poveri ecclesiastici se non un poco di erudizione? » – rispose il priore.

Riprese a raccontare di quando sull’Arno viaggiò un’intera fontana di marmo che dai giardini di Don Luigi di Toledo a Firenze, giunse a Palermo con le sue 48 statue e le altre centinaia di pezzi  imballati in casse ed imbarcati su decine di navicelli.
Il navicellaio ascoltò volentieri le chiacchiere del preposto e anche lui dopo volle raccontare qualche storiella di cose accadute sul fiume. Era di Calcinaia e faceva il navicellaio come suo padre suo nonno e tutti quelli della sua famiglia .
«Potreste immaginare che questo fiume si possa ghiacciare completamente, non solo da non poterci andare in navicello ma da potersi calpestare? Fu nell’inverno del 1683,[14] e questo che vi dico lo riporto dai ricordi del mio povero nonno, morto l’anno che il granduca Francesco Stefano venne a Firenze e cambiò il calendario. Il caro vecchio si ricordava di quando, ragazzetto sul navicello di suo padre, dovettero interrompere il lavoro per due settimane a causa del ghiaccio.»
Il priore proseguì narrando di quando nel IX secolo una nave vichinga risalì dalla Bocca d’Arno fino a Firenze e che non potendo attaccare le mura della città saccheggiò sotto Fiesole, incendiando la sede dell’arcivescovo alla Badia[15]
Filippo si disse stupito della mancanza di ponti in questo tratto dell’Arno ed il padrone lo informò che dopo Signa il primo ponte che avrebbero presto incontrato era quello di Empoli. In cambio si trovavano varie “navi” come quella di Camaioni che permettevano il traghettamento di persone e cose da una sponda all’altra in un gran traffico. Presso la confluenza del fiume Pesa con l’Arno, dopo Montelupo, comparve come un fantasma la Villa Medicea dell’Ambrogiana con i suoi quattro torrioni,  posta sulla riva sinistra dell’Arno ed in stato di completo abbandono dopo la morte dell’ultimo Granduca dei Medici. Raggiunto il piccolo centro di Limite, il padrone raccontò ai passeggeri come il suo navicello fosse stato costruito proprio lì come la maggior parte delle imbarcazioni dell’Arno. Infatti si vedeva la riva gremita di barcaioli, traghettatori, operai, segantini, calafati, carpentieri foderatori, maestri d’ascia, indaffarati nei vari lavori.

Passato lo scalo di Empoli e dopo Pontedera il fiume prese finalmente a scorrere libero da rupi e strozzature. Sulle sponde il paesaggio era vario e dovunque si notavano attività e commerci. Negli scali si caricavano e scaricavano le merci più diverse tra cui salgemma verso Firenze, legname e materiali da costruzione verso Pisa. Sulle sponde si vedevano ancora bardotti, navalestri, daziaiuoli, vetturali, renaioli, lavandai,  indaffarati nelle più varie attività.

Poco dopo la Torre di San Romano, il padrone fece cenno ai figli per richiamarli ad una maggiore attenzione e sentitamente il timoniere. Poco dopo Filippo comprese il motivo di tanta prudenza. Giunti a Castelfranco una grande struttura in muratura si dipartiva simmetrica dalle due sponde, lasciando solo un piccolo varco per i navicelli al centro del fiume ed era opportuno per il timoniere indovinare tale varco. Del resto i pericoli non erano mancati in tutto il corso del fiume; alberi galleggianti, secche, steccaie per il prelievo dell’acqua, pali per macerare il lino.

Passati tranquillamente attaverso l’ostacolo il padrone disse:
«Il callone di Castelfranco mi mette sempre nervoso, ma in mio navicello ha in timone grande! Ora signori ci fermeremo per una breve pausa e potrete trovare qualcosa da mangiare alla locanda mentre io scarico delle merci».

Sbarcati sulla riva Filippo, il priore e gli altri due passeggeri si diressero all’osteria perché l’ora era già tarda e si sedettero per un frugale pasto. Alla tavolata vicina un gruppo allegro di persone facevano altrettanto. Cominciarono subito a familiarizzare: erano un gruppo di attori diretto a Firenze per mettere in scena una commedia al Teatro del Cocomero.  Erano partiti da Pisa il giorno prima e sarebbero giunti a Firenze solo l’indomani.[16] Per il viaggio contro la corrente dell’Arno infatti occorrevano di regola ben tre giorni anche se, per esempio, la granduchessa nel 1769, compirà il viaggio in soli due giorni con una sola sosta per la notte a Castelfranco di Sotto.
Comunque chi aveva tempo da perdere e pochi denari da spendere, come i comici del tavolo accanto, apprezzava ugualmente quel mezzo di trasporto e quel lento e monotono procedere controcorrente fino a Firenze.

Inoltre, benché tra la Bocca d’Arno e la Gonfolina ci fossero solo 25 metri di dislivello, spesso la vela e le lunghe pertiche non bastavano a far avanzare i navicelli controcorrente e si doveva ricorrere al traino del navicello da terra mediante un canapo, chiamato alzaio tirato dai bardotti percorrendo appositi sentieri chiamati alzaie. Era certo un lavoro duro compiuto da due, ma più spesso quattro o cinque persone, che spesso dovevano scaricare e poi caricare nuovamente la merce trasportata per superare secche.

Salutati gli attori, i nostri passeggeri si diressero allo scalo per ripartire. Il luogo era gremito delle più diverse persone e attività. Come già gli era capitato, Filippo fu molto colpito dal gran numero di mendicanti ed in particolare da due ragazzi; gli sembrò che l’essere mendicanti  pesasse su di  loro una insopportabile condanna sociale, [17] simile per certi versi alla sua.

Lungo l’Arno si succedevano le località e così dopo La Rotta di Pontedera si attraversò Calcinaia, paese di navicellai che si trasmettevano il lavoro da padre a figlio, dove il padrone fece salire a bordo due suoi bardotti, preparandosi per il viaggio di ritorno, quando partendo da Pisa la corrente contraria rendeva necessario il ricorso a braccia robuste per procedere.

Dopo la navigazione toccò Fornacette, Cucigliana, Lugnano, Uliveto Terme e San Frediano a Settimo, tutte località i cui scali erano affollati di merci diverse in cui quel territorio si era specializzato.
Dopo Pisa, dove sbarcarono gli altri passeggeri, Filippo rimase l’unico passeggero, solo con i suoi pensieri, e l’imbarcazione, dopo aver superato il Ristretto, prese per il canale dei navicelli verso Livorno, dove giunse a sera. Il giovane viaggiatore, nel corso di un solo giorno, aveva visto un mondo per lui incognito, come la Cina o il Giappone, e si preparava a vederne ancora.

NOTE

[1] –  Emanuele Repetti Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, voce Legnaja,

[2] –  F. Mazzei, Memoria della vita e delle peregrinazioni de fiorentino Filippo Mazzei, Lugano, 1845, p.69

[3] –  Giuseppe Michelacci, Fiume Arno entro Firenze: memoria, Stampería sulle logge del grano, Firenze, 1864

[4] –  Targioni  Tozzetti, Viaggi,  Tomo 1° Pag. 8,  1700

[5] –  Giovanni Villani  Cronica  (Lib. IX. Cap.335)

[6] –  A.Bartalini, L’architettura civile nel Medioevo in Pisa, Pisa, 1937

[7]  – F. Mazzei, Memoria della vita e delle peregrinazioni de fiorentino Filippo Mazzei, Lugano, 1845, p.71

[8]  –  John Adams, James Madison,  James Monroe  furono presidenti degli Stati Uniti, così come Washington e Jefferson.

[9]  –  Jacques-Louis David, pittore della Rivoluzione e di Napoleone, dipinse un ritratto di Mazzei, oggi al Louvre.

[10] – Jean-Antoine de Condorcet fu matematico,  filosofo e politico del gruppo degli enciclopedisti. Morì giustiziato durante il Terrore. Indirizzò idealmente a Mazzei le “Lettere di un borghese di New Heaven” sui principi del federalismo.

[11] –  Jan Potocki, autore del “Manoscritto trovato a Saragozza” fu amico di Mazzei, con cui giunse a Varsavia nel 1791.

[12] –  Sardi Cesare, Vita lucchese nel Settecento, 1905.

[13] –  Carteggio inedito d’artisti, a cura di G. Gaye, Firenze 1839.

[14]Opere di Francesco Redi ,vol.VI,  Società tipografica de’ classici italiani, Milano,1811.

[15] – R. Davidson, Storia di Firenze, Firenze 1956-1965.

[16] – Carlo Goldoni, La Locandiera, 1752, atto I, scena 18.

[17] –  “…la menzogna diventa una professione tra i poveri,… si diffonde facilmente tra gli altri ed in particolare tra un infinito numero di ragazzi obbligati a questuare, e entrati una volta in quella carriera non sene levano…”.   F. Mazzei, Riflessioni su i mali della questua, e su i mezzi d’evitarli,  Pisa 1803

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