Domenico Giunti: un artista pratese dimenticato

Un architetto dimenticato.
Domenico Giunti (1505-1560), da Prato a Milano.

È possibile che un importante artista del Rinascimento sia stato completamente dimenticato?

Sicuramente è stato così per Domenico Giunti o Giuntalodi, pittore e architetto, nato a Prato nel 1505 e morto a Guastalla nel 1560. Fu architetto del periodo manierista, il più importante tra quelli attivi a Milano a metà del XVI secolo. Operò al servizio di Ferrante Gonzaga, una delle personalità più in vista della penisola, condottiero militare e Capitano Generale dell’imperatore Carlo V. Fu anche importante ingegnere militare ed urbanista.

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fig.1 – “Baldo Magini con il modello della chiesa di San Fabiano “ dipinto da Niccolò Soggi durante il suo soggiorno pratese; oggi nella sagrestia della cattedrale di Prato (1522)

I ritratti di Domenico Giunti campeggiano da secoli nell’ufficio del sindaco di Prato e nel salone consiliare, indicandolo come benefattore della città. Nonostante tutto questo non è ricordato né dall’intitolazione di una strada e neppure da una monografia riccamente illustrata, riconoscimenti che ormai non si negano a nessuno.

A pesare su quest’oblio, oltre alla scomparsa di molte delle sue opere, è stato certamente il trattamento che gli riservò nelle sue Vite il contemporaneo Giorgio Vasari che gli dimostrò qualcosa più di un’antipatia, pur dicendolo di “buono e bello ingegno”. Non potendo tacere di un artista all’epoca piuttosto conosciuto, se non altro per il prestigio dei suoi committenti appartenenti ad un ramo cadetto dei Gonzaga di Mantova, Vasari nascose la narrazione della vita di Giunti all’interno di quella dedicata al suo maestro Niccolò Soggi,(1)un pittore mediocre, a detta anche dello stesso Vasari che lo conobbe ad Arezzo e gli fu amico.(2)

Alle note biografiche aggiunse, come vedremo, pungenti giudizi e pesanti accuse a cui Domenico Giunti non poté ribattere, essendo morto pochi anni prima della pubblicazione delle “Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”, nell’edizione del 1568.

Domenico di Giovanni Giunti o Giuntalodi, o di Giunta o Giuntalocchi, (3) appartenente ad una famiglia di artigiani, divenne allievo di Soggi, intorno al 1522 quando questi, chiamato a Prato dall’influente Baldo Magini (fig.1), era impegnato nell’esecuzione di un’opera, oggi perduta, per la chiesa di Santa Maria delle Carceri,(4) alla quale era addossata la bottega di ceraiuolo del padre di Domenico. Il ragazzo seguì il pittore a Firenze e poi Arezzo, dove probabilmente conobbe il giovane Vasari con il quale nacque, forse, qualche gelosia. Secondo quanto poi riportato dall’illustre biografo, Soggi lo considerò come un suo figlio, cercando di farne un grande artista, addestrandolo non solo alla pittura, ma anche al disegno ed in particolare alla prospettiva,(5)che allora rappresentava l’insegnamento necessario per estendere le competenze di un artista anche all’architettura e all’ingegneria.

 

A Roma

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fig.2 – Incisione di Girolamo Fagioli tratta da un disegno di Domenico Giunti che mostra il Colosseo in uno spaccato prospettico (1538 circa).

Domenico Giuntalodi, lasciata la bottega di Soggi e trasferitosi a Roma intorno al 1530, ebbe modo di completare la sua formazione a contatto con le opere lasciate dai grandi maestri di inizio secolo Bramante, Raffaello e Baldassarre Peruzzi e con quelle del contemporaneo Vignola. Dal punto di vista professionale ebbe la fortuna di conoscere intorno al 1533 l’ambasciatore del Portogallo, Don Martinho, per il quale dipinse opere oggi disperse,(6) e fece disegni di reperti antichi.(7)

Frequentò anche l’ambiente degli incisori ed in particolare Antonio Salamanca per il quale disegnò vedute delle antichità, dimostrando una particolare abilità del disegno architettonico (fig.2).

Tra le opere del periodo romano viene ricordato un disegno perduto, da cui furono ricavate varie incisioni, rappresentante un vecchio che si aiuta a camminare con una sorta di girello da bambini ed il cui motto è: “Anchora imparo”. (fig.3) Il tema ebbe poi un successo duraturo e D’Annunzio fece proprio il motto, ricordando di aver visto tale incisione durante i suoi studi al Cicognini.(9)

Don Martinho de Portugal, in partenza da Roma, secondo Vasari, segnalò Giuntalodi a Ferrante Gonzaga, terzo figlio di Francesco II duca di Mantova e di Isabella d’Este, che aveva trovato fortuna nel mestiere delle armi al servizio dell’Impero.

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fig.3 – Incisione tratta da un disegno di Domenico Giunti che illustra il motto “Anchora imparo” (1534 circa).

Ferrante infatti era stato uno dei comandanti dell’armata imperiale che nel 1527 aveva espugnato Roma e nel 1530  aveva condotto l’assedio di Firenze.

In realtà l’ingaggio di Domenico Giunti ebbe luogo dopo lunghi contatti con l’agente di Ferrante a Roma,(10) e forse con il tramite di Paolo Giovio,(11) comune amico dell’artista e del Gonzaga. Giunti comunque, per essere ingaggiato dal Gonzaga dovette assoggettarsi all’obbligo di apprendere, prima di partire da Roma, i rudimenti delle tecniche di fortificazione,  probabilmente presso il più autorevole specialista del periodo, Antonio da Sangallo.(12)


In Sicilia

Intorno al 1540 Domenico raggiunse il Gonzaga in Sicilia dove questi, nel ruolo di viceré, stava intraprendendo un’imponente programma di edificazioni militari, mediante la creazione di mura urbane e fortezze nelle principali città. La realizzazione di efficaci fortificazioni rappresentava infatti la priorità dell’amministrazione spagnola impegnata a difendere l’isola dagli attacchi turchi per poi portare la guerra anche sulla costa africana. Sovrintendeva a tali fortificazioni l’ingegnere militare Antonio Ferramolino che dopo avventurose vicende come soldato al servizio di vari condottieri era passato nel 1532 al soldo degli imperiali ed era stato incaricato direttamente da Carlo V di progettare le difese dell’isola.
Domenico, abile disegnatore, probabilmente senza abbandonare del tutto la pittura, divenne un valido collaboratore del Ferramolino, esperto nelle tecniche costruttive delle fortificazioni “alla moderna”, caratterizzate da bassi e possenti bastioni angolari. In quel periodo vennero realizzate interventi di rinnovamento urbano come le cinte murarie di Palermo e Catania, oltre che il forte Gonzaga (fig.4), il forte del SS. Salvatore e le mura di Messina.
(13)

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fig.4 – Forte Gonzaga a Messina, una delle opere militari a cui collaborò Giunti nel periodo siciliano

Dopo pochi anni fu attivo nei cantieri delle fortificazioni siciliane un altro pratese, sul quale però le informazioni sono molto scarse: Pietro da Prato, progettista dell’impianto urbanistico di Carlentini nel 1551.
In Sicilia Ferrante utilizzò Giunti come completo artista di corte, sul modello di Giulio Romano che operava alla corte del fratello Federico a Mantova, e gli affidò per esempio lavori di oreficeria, ma anche i progetti per opere architettoniche di  rappresentanza.
(14)

Tale attività risulta ancora da studiare anche se le opere sono probabilmente tutte perdute. Tra di esse, a Palermo, la trasformazione in residenza vicereale del Castello a mare (demolito) e la realizzazione della residenza suburbana del vicerè, poi chiamata Villa di Luca Cifuentes alle Croci, oggi irriconoscibile per le trasformazioni successive.(15)

A Milano

Quando il Gonzaga, lasciò la Sicilia, promosso governatore di Milano, portò con sé il più giovane e aggiornato Domenico Giuntalodi, lasciando sull’isola Ferramolino, che sollecitò inutilmente al vicerè un qualche riconoscimento che gli rendesse tranquilla la vecchiaia e che invece morì colpito da una pallottola nell’assalto a Mahdia, nell’attuale Libia, dove era stato costretto a seguire l’esercito spagnolo per approntare opere di assedio.
Nel 1546 Don Ferrante entrò solennemente a Milano, prendendo possesso del potere in nome di Carlo V ed iniziando una intensa stagione di attività edilizia ed urbanistica. Era in corso la costruzione della nuova cinta muraria della città, le cosiddette “mura spagnole” che nonostante la demolizione ottocentesca, sono tuttora parzialmente visibili in alcuni tratti (ad esempio in piazzale Medaglie d’Oro). Giunti come architetto del governatore, dette il suo contributo supervisionando l’opera.
(16)

Probabilmente contribuì a progettarne alcune parti, tra cui sicuramente le cosiddette “tenaglie”, baluardi allungati nei pressi del Castello Sforzesco, oggi non più esistenti.(17)

Si occupò anche della ristrutturazione del Palazzo Reale per ricavarne la residenza del governatore e le sale di udienza, con lavori oggi difficili da individuare a causa delle successive modifiche. In relazione a tali lavori furono intrapresi anche interventi di trasformazione urbana sulla piazza del Duomo ed alcune strade adiacenti che furono rettificate e pavimentate.
Da queste attività il Vasari scrisse che Giunti trasse grandi vantaggi economici dagli appalti delle opere e lo accusò velatamente di malversazioni,
(18) così come sull’attività in Sicilia aveva sollevato il dubbio di illeciti arricchimenti mediante frodi sulle forniture. Durante il periodo milanese Vasari colloca un episodio, anch’esso poco edificante per Domenico Giunti che avrebbe ricevuto la visita del suo vecchio maestro Soggi in cerca di una qualche commissione in un periodo difficile della sua vita, senza ricevere invece alcun aiuto dall’ingrato allievo e costretto a ritornare in povertà ad Arezzo dove invece sarebbe stato aiutato dallo stesso Vasari.(19)

Domenico Giunti partecipò anche agli allestimenti per l’arrivo in città del principe Filippo (futuro Filippo II), anche se non è stata appurata una sua diretta responsabilità sulla progettazione di tutti gli apparati (archi trionfali, statue, allestimenti di facciata) oppure una più probabile collaborazione con altri artisti.(20)

Villa Gonzaga

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fig.5 – La Villa Gonzaga in una stampa del XIX secolo

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fig.6 – La Villa Gonzaga in una foto del 1927, prima dei danni bellici

Tra le opere che realizzò a Milano per don Ferrante, la più conosciuta è la villa Gonzaga (detta poi villa Simonetta) un luogo di “delizie”, allora due miglia fuori città, che Giunti ricavò da una preesistenza del XV secolo, conosciuta come villa Gualtiera e acquistata nel 1547, e posta in un paesaggio agricolo di grande suggestione.
La villa farà pensare a Paolo Giovio alla “Casa di Merlino” come dice in una lettera in cui si esprime in termini elogiativi e affettuosi per il “mio maestro Domenico da Prato”.
Giovio visiterà varie volte il cantiere e negli stessi anni commissionò a Giunti un ritratto di Ferrante Gonzaga per il suo personale museo che stava allestendo nella sua villa di Como con i ritratti dei grandi uomini del passato e del presente, molti dei quali giunsero poi agli Uffizi a costituire
la galleria di ritratti del corridoio vasariano.
(21)

Domenico Giunti trasformò la preesistenza in un edificio di tre corpi di fabbrica, disposti ad “U” intorno ad un giardino situato sul retro dell’edificio, secondo uno schema affermatosi a Roma, che risale alla villa della Farnesina realizzata nei primi decenni del XVI secolo.(22)

fig.8

Fig.7 – La Villa Gonzaga in una foto d’inizio secolo.

Sul prospetto principale posto a Sud fu posto un grande e stravagante loggiato a due ordini architravati per il quale si possono rintracciare solo parziali precedenti romani di Bramante e della scuola di Antonio da Sangallo in Giovane. I loggiati appoggiano al piano terra su un massiccio portico bugnato, di nove archi con pilastri e semicolonne, che completa una facciata completamente svuotata e aperta sul paesaggio (figg 5-7). Si tratta della caratteristica principale della villa che con la sua originalità rappresentò anche la prima opera manierista di Milano.

La villa inoltre era decorata da cicli di affreschi ora perduti, con grottesche, illusioni architettoniche e scene che illustravano le imprese dei Gonzaga, realizzati su cartoni di Giunti e che coprivano non soltanto le pareti interne ma anche le pareti delle logge, e la volta del portico, proprio come alla Farnesina, dando all’edificio un’immagine di grande suggestione. I lavori murari furono completati intorno al 1550, ma la grande impresa decorativa, compiuta da vari artisti, tra cui due anonimi artisti fiamminghi, venne finita solo nel 1553. Il grande sfarzo della villa non aiutò la fortuna politica del committente e fu forse una causa della sua caduta in disgrazia presso la corte imperiale.

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fig.8 – Marc’Antonio Dal Re, Veduta del Palazzo della Simonetta, incisione da “Ville di delizia o siano palagi camparecci nello Stato di Milano”, Milano, 1726.

La villa era completata da un giardino all’italiana, ormai perduto da secoli, ed era il centro di un più vasto possedimento agricolo come si vede nelle vedute di Marc’Antonio Dal Re incise agli inizi del Settecento (fig.8). L’edificio è tra le poche architetture milanesi cinquecentesche ancora conservate nelle forme originali, nonostante sia passata da molteplici utilizzazioni (ospedale, caserma, trattoria) e nonostante abbia subito notevoli danni durante il secondo conflitto mondiale che hanno reso necessario ricostruire ampie parti, anche della facciata. (23)

Chiesa di Santa Maria degli Angeli

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fig.10 – Disegno di progetto, probabilmente autografo, della facciata della chiesa del convento di Sant’Angelo. Fu poi realizzata con modifiche

Al Giunti si devono anche il progetto per il convento di Sant’Angelo dei minori osservanti, la cui vecchia sede si dovette demolire nel 1551, proprio durante i lavori per le nuove mura.
I lavori, su terreni concessi dal governatore Gonzaga, iniziarono nel 1552; fu realizzato un vasto complesso con vari chiostri (oggi profondamente trasformato dalle vicende storiche) e una grande chiesa a navata unica voltata a botte con lunette, e affiancata da cappelle quadrate, otto per parte, ricavate negli alti contrafforti della volta (fig.9), secondo un innovativo modello simile a quello che il Vignola avrebbe, dopo pochi anni, adottato per la chiesa del Gesù a Roma che si sarebbe imposta come modello in tutta Europa.
(24)

fig.10

Si tratta dunque di un progetto, perfettamente aggiornato con le tendenze controriformistiche dell’epoca, in cui le esigenze liturgiche e rappresentative sono conciliate in un organismo costruttivamente coerente. Un ampio transetto, anch’esso coperto con volta a botte e su cui affacciano il coro altre tre cappelle, accoglieva i monaci, distinti dalla folta assemblea dei fedeli a cui era destinata la navata che è scandita da paraste e archi, illuminata da aperture circolari dentro le lunette, e che si presenta relativamente sobria nella decorazione. Al contrario le cappelle sono caratterizzate da decorazione esuberante a cui parteciparono i maggiori artisti presenti a Milano: i fratelli Procaccini, Panfilo Nuvolone, il Legnanino, i fratelli Campi, il Barbarino, il Morazzone ed atri ancora. La facciata attuale fu realizzata solo nel XVIII secolo, alterando in parte il progetto giuntiano di cui è conservato il disegno originale (fig.10). (25)

Altri progetti del Giunti a Milano sono la chiesa di San Paolo Converso e la Villa “La Senavra”, anch’essa per Ferrante ed anch’essa caratterizzata, come la villa Simonetta, da affreschi e ampie logge.(26)

A Guastalla

fig.12

Fig.11 – Disegno, probabilmente autografo e accompagnato da una relazione, per Guastalla di Domenico Giunti, circa 1553, Archivio di Stato di Parma. Costituisce un raro esempio cinquecentesco di progetto a scala urbana.

Il disegno di Ferrante Gonzaga di costituire per sé un dominio territoriale sotto l’egida dell’impero si concretizzò intorno alla città di Guastalla, acquisita nel 1539, che divenne la capitale di un piccolo stato. Nel 1549 Domenico Giunti fu incaricato di redigere non solo il progetto del tracciato nelle mura bastionate, ma un vero è proprio piano per la completa rifondazione della città da trasformare in fortezza e capitale rappresentativa del Ducato di Guastalla.
L’architetto mise a punto un progetto di integrale rifondazione per la città che rappresenta uno dei pochi esempi del XVI secolo di concreta realizzazione urbanistica basata sui modelli di città ideali rimasti fin ad allora solo illustrazioni sui trattati (fig.11). Il tracciato pentagonale delle mura, a cui si dette subito avvio, fu dettato dalle più aggiornate esigenze dell’ingegneria militare ed era completato da cinque baluardi sui vertici, di cui uno era la rocca trecentesca.
Il perimetro doveva contenere una maglia urbana ortogonale, adattata alla realtà ed ai vincoli preesistenti ed imperniata sul fulcro centrale rappresentato dal centro ideale della città all’incrocio di due assi ortogonali che doveva ospitare una grande chiesa ed altri edifici pubblici. I settori urbani sarebbero stati suddivisi in stretti lotti omogenei di cui rimane ancora traccia nel tessuto edilizio storico della città.
Dopo aver lasciato Milano in disgrazia, esautorato dalla carica di governatore nel 1554, e costretto a recarsi nelle Fiandre, Ferrante intendeva intensificare l’opera di rinnovo di Guastalla, ma dopo la sua morte nel 1557 e quella di Giuntalodi, il progetto per Guastalla ebbe una realizzazione parziale, modificata per l’impossibilità di edificare il grande tempio, e poco rigorosa dal punto di vista geometrico anche a causa di un fossato la cui chiusura risultò eccessivamente onerosa. A Ferrante successe il figlio Vincenzo Gonzaga che incaricò Francesco da Volterra di attuare il progetto di Domenico Giunti, introducendo nuove strade con intento prospettico e completando l’edificazione di edifici pubblici e settori urbani.

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fig.12 – Vista aerea del centro storico di Guastalla che conserva, in parte, lo schema di fondazione

Alla progettazione di Giunti si devono probabilmente anche alcuni degli edifici rappresentativi della città, tra cui il Palazzo ducale di Guastalla, anche se tutti portati a termine, e probabilmente modificati, da altri.

 

A Sabbioneta e Napoli

Intanto Giunti, che negli ultimi anni milanesi dovette occuparsi con più assiduità delle fortificazioni, era tornato a Prato intorno al 1554,(27) forse per cercare un incarico alla corte di Cosimo I,(28) a cui aveva inviato in dono una veduta di Tripoli, eseguita probabilmente durante il periodo siciliano.(29)Tuttavia, dopo aver sistemato le proprie faccende di famiglia ed aver promesso un lascito alla città, ritornò ben presto al servizio del Gonzaga. (30)

Intanto un’altra città di nuova fondazione stava sorgendo a poca distanza da Guastalla. Si tratta della famosa Sabbioneta edificata tra il 1556 ed il 1591 dal fratello di Ferrante, Vespasiano Gonzaga, che nel 1554 richiese i servigi dell’architetto pratese per il progetto della sua nuova città.
Il progetto di Sabbioneta non ha allo stato attuale delle conoscenze un padre sicuro e si fanno i nomi di Girolamo Cattaneo, Giovanni Pietro Bottacco, Bernardino Palizzari detto il Caramosino, Giorgio Paleari detto il Fratino, tutti documentati sul cantiere, oltre allo stesso Vespasiano Gonzaga che aveva approfondite conoscenze di ingegneria militare. Tuttavia la somiglianza con lo schema di Guastalla ha suggerito a vari studiosi che Domenico abbia dato seguito alla richiesta di Vespasiano e si sia effettivamente recato a Sabbioneta per dare quanto meno la sua consulenza per quest’opera collettiva, se non anche un disegno e che abbia dunque avuto certamente un ruolo nel progetto di Sabbioneta il cui schema risulta oggi maggiormente leggibile nello stato dei luoghi rispetto a quello di Guastalla, investita da maggiori trasformazioni urbane.
Intanto Giunti compì anche due viaggi in Italia meridionale, nel 1557 per sopralluoghi alle fortificazioni di Nola e Molfetta, feudi del Gonzaga, e poi nel 1559, per incarico di Cesare, a Napoli per il progetto del palazzo di Isabella di Capua a Chiaia, non più esistente.

 

Conclusione e bilancio di una vita

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Fig.13 – Ritratto di Domenico Giunti fatto da Fermo Guidoni, 1560; copia del XVIII sec.

Ritornato nel 1560 a Guastalla per affrettare i lavori relativi alla rifondazione della città, Giunti vi morì dopo breve malattia, venendo sepolto a Mantova secondo le sue disposizioni testamentarie.
Il completo oblio sull’architetto fu causato oltre che dai giudizi di Vasari, anche dalla scomparsa di molte delle sue opere tra cui quelle siciliane e napoletane. Domenico Giunti forse non fu un grandissimo artista ma fu capace di interpretare pienamente la cultura manierista e di progettare un edificio visionario, come doveva essere la villa Simonetta interamente coperta di affreschi tanto da sembrare la “casa di Merlino”, e di essere tra i primi ad interpretare le esigenze architettoniche controriformiste nel progetto della chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Giunti lasciò alla città di Prato un forte lascito di circa 9000 scudi, per creare annualmente borse di studio destinate a sovvenzionare la permanenza all’Università di Pisa di studenti promettenti. L’istituzione di tale beneficio sopravvisse fino al XIX secolo.
Mandò a Prato anche un suo ritratto (fig.13), destinato secondo quanto la lui stesso stabilito, ad essere esposto nella sala “in qua alias imagines seu effigies benefactorum dicti oppidi positae. 
(31)

Desiderava evidentemente di essere ricordato nella sua città natale, che invece sembrerebbe averlo dimenticato.

Salvatore Gioitta

 

NOTE
1) Niccolò Soggi (Firenze o Monte San Savino, 1479 – Arezzo, 1551) fu un pittore allievo del Perugino e gravitante, come il giovane Vasari, nell’ambiente aretino, anche se attivo in vari centri come Firenze e Roma.
2) Altrettanto mediocre, come pittore, Vasari giudica Domenico Giunti di cui non rimane nessun dipinto certo o attribuito con sicurezza. In generale le annotazioni di Vasari sembrano condizionate da un giudizio d’ordine morale fortemente negativo e non costituiscono mai un esame critico della sua attività artistica.
3) Vasari lo chiama Giuntalocchi; l’artista si firma “di Giunta” o “Giunti” nelle sue lettere. Vd.: Lettere di Domenico Giunti o Giuntalodi, in “Gli artisti italiani e stranieri negli stati Estensi: Catalogo storico corredato di documenti inediti“ a cura di Giuseppe Campori, 1855.
4) Del soggiorno pratese di Niccolò Soggi del 1522, rimane il ritratto di “Baldo Magini con il modello della chiesa di San
Fabiano” oggi nella sagrestia della cattedrale di Prato (fig.1).
5) “…amandolo et appresso di sé tenendolo come figliuolo, che si facesse eccellente nelle cose dell’arte, insegnandoli a tirare di prospettiva, ritrarre di naturale e disegnare, di maniera che già in tutte queste parti riusciva bonissimo e di bello e buono ingegno…”: G. Vasari, Vita di Niccolò Soggi pittore, in “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”, 1568.
6) Vasari ricorda una grande tela che ritraeva il ambasciatore Don Martinho, cardinale e appartenente alla casata regnate del Portogallo, attorniato dalla sua corte di amici e artisti. Vd. G. Vasari, op. cit., 1568.
7) Sylvie Deswarte-Rosa, Domenico Giuntalodi peintre de Martinho de Portugal à Rome, in “Revue de l’Art”, 1988,n.80. pp. 52-60.
8) G. Vasari, op. cit., 1568.
9 ”…Ho smarrito una stampa rarissima di Domenico Giuntalodi pittore e architetto pratese, che avevo da quando ero cicognino nel collegio della Cicogna invisa colubris. Giorgio Vasari l’ebbe certo sott’occhio se ricorda un vecchio nel carruccio, stato messo in stampa con lettere che dicono ANCORA IMPARO . Il Vecchio è in piedi dentro il carruccio a sei girelle, sorretto da altrettante colonnette e ornato d’alcune teste di ariete. Sta curvo il Vecchio ma con la faccia alquanto levata. Indossa una tunica ampia e prolissa. Porta in capo un turbante dalla lunga fascia che gli passa dietro le spalle e di sotto al braccio destro. dal mento gli cade una gran barba di profeta michelangiolesca. nel campo superiore, in lettere romane, dentro lo svolazzo d’una cartella, è il motto ANCHORA IMPARO: il mio motto. Sono io quel Vecchio.”: vd. G. D’Annunzio, Le cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, 1935.
10) Sylvie Deswarte-Rosa, op.cit. 1988.
11) Paolo Giovio (1483 – 1552), influente umanista, vescovo e intellettuale attivo nella curia papale e nella diplomazia,
autore di numerose opre di storia e di erudizione tra cui gli Elogi degli uomini illustri.
12) Sylvie Deswarte-Rosa, op.cit. 1988.
13) Valentina Favarò, La modernizzazione militare nella Sicilia di Filippo II, 2009.
14) Giunti avrebbe realizzato ”…per il Suo Signore, et altri Principi, Palagi, Giardini Fontane, et altre opere mirabili…“:
così in G. Miniati, Narrazione e disegno della terra di Prato di Toscana, Firenze 1596, pp. 136-140. Miniati fu parente e conterraneo di Domenico Giunti e probabilmente in contatto con esso.
15) M. Sofía Di Fede, La gestione dell’architettura civile e militare a Palermo tra XVI e XVII secolo: gli ingegneri del
regno, in “Espacio, Tiempo y Forma”, VII, 1998, pp.135-153.
16) Questo ruolo di supervisione è confermato per esempio in una lettera del 1549 in cui Giunti rassicura Gonzaga, allora
lontano, che “…la fortificazione di Milano si seguita e si va tuta via dirizzando di bene in meglio…” vd. Giuseppe Campori
Lettere artistiche inedite, Editore Erede Soliani, 1866.
17) Costantino Baroni, Domenico Giunti, architetto di Don Ferrante Gonzaga, in “Archivio storico lombardo “XVII,
1939, pag.330.
18) “…adoperandosi nelle fortificazioni di quello stato, si fece, con l’essere industrioso e anzi misero che no, ricchissimo, cosicché venne in tanto credito, ch’egli in quel reggimento governava quasi il tutto…”: G. Vasari, op. cit., 1568.
19) L’aspro giudizio del Vasari fu contestato da quanto scritto da Giovanni Miniati (Narrazione e disegno della terra di Prato di Toscana, Firenze 1596, pp. 136-140), ripreso poi da Cesare Guasti in un breve scritto pubblicato diverse volte a metà Ottocento (Cesare Guasti, Intorno alla vita e alle opere di Domenico Giuntalodi pittore ed architetto pratese, pubblicato anche come commento in G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, vol. X, Le Monnier, Firenze 1854, pp. 220-242.
20) ASMi, Registri di Cancelleria, XXII; vedi: Francesco Repishti, La residenza milanese di Pio IV: il palazzo Medici in via Brera, in “Annali di architettura”, n.12, 2000.
21) Giuseppe Campori op. cit., 1866.
22) Progettata da Baldassarre Peruzzi e affrescata da Raffaello, fu uno dei prototipi delle ville extraurbane della nobiltà del XVI secolo.
23) L’edificio è oggi conosciuto come “Villa Simonetta”, da una famiglia che ne ebbe il possesso. Viene utilizzata come sede della Scuola di Musica comunale.
24) La Chiesa del Gesù a del Vignola presenta però una cupola come raccordo tra navata e presbiterio, mentre il progetto del Giunti non presenta alcun elemento di transizione tra navata e transetto.
25) Costantino Baroni, op. cit., 1939, pag.355.
26) Attualmente è inglobata in un complesso religioso ed ha perso tutti i caratteri originali.
27) Vasari posticipa il ritorno di circa quattro anni, dopo la morte di Ferrante, vd. G. Vasari, op. cit., 1568.28 G. Miniati, op. cit., 1596
29) La vita artistica fiorentina era allora dominata dalla figura del Vasari che potrebbe essersi opposto.
30) Cesare Guasti, op. cit., 1854.
31) Cesare Guasti, op. cit., 1854.

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