Storie di mafia a Prato (2)

Puntata n. 1: Mafia a Galciana

Puntata n. 2: Un capobastone in piazza San Domenico

La sera del 13 ottobre del 2005 due emissari della cosca Libri, provenienti da Reggio Calabria, arrivarono a Prato dal capobastone don Mico (Domenico) Libri. Il vecchio boss, costretto agli arresti domiciliari, abitava da solo in un vecchio palazzo del centro storico bisognoso di manutenzione, in via Guasti, 55.
Per chi conoscesse la sua identità non era difficile vederlo anche in piazza San Domenico a passeggio con il suo bastone, visto che il regime di detenzione domiciliare per gravi problemi di salute gli consentiva di uscire due ore di mattina e due di pomeriggio.
Era di casa a Prato già da sette anni, fin dal 1998, quando il Tribunale di sorveglianza di Firenze aveva deciso che le sue condizioni di salute non erano compatibili con il carcere, nonostante più di un ergastolo da scontare per aver ordinato numerosi omicidi. Come sia giunto proprio a Prato, da Pianosa e dal regime di 41bis,  comunque non è del tutto chiaro.

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Per la verità il suo arrivo in città risaliva al 1997 e non era passato inosservato, con un’intero reparto dell’ospedale Misericordia e Dolce piantonato da poliziotti con giubbotti antiproiettile e mitragliette per garantire la massima sorveglianza a Domenico Libri, capo della cosca omonima, ricoverato per un delicato intervento chirurgico. Le ferree misure di controllo adottate erano giustificate dall’importanza criminale del boss reggino, partito da un lavoro da muratore e giunto a capo di una potente cosca, protagonista di guerre di mafie in cui aveva perso il figlio ucciso da un cecchino, imputato per associazione per delinquere di stampo mafioso e omicidio, sopravvissuto a evasioni e attentati, arrestato nel 1992 dopo una lunga latitanza a Marsiglia.

Tornando al quel giorno dell’autunno del 2005 i due  emissari Salvatore Tuscano (ucciso nel 2007) e il nipote di don Mico, Antonino Sinocropi (che anni dopo sarebbe finito alla Dogaia), erano venuti ad annunciare al boss un evento che avrebbe “generato imprevedibili conseguenze”. Il boss era naturalmente controllato e intercettato  e i poliziotti ebbero modo di seguire tutto il colloquio con i fedelissimi, che dicevano: “Da lunedì in poi ridiamo”. Secondo alcuni inquirenti  si riferivano all’uccisione di Fortugno, vice-presidente del Consiglio regionale della Calabria, omicidio rimasto tra i misteri di mafia. Don Mico Libri dà il benestare: “Una sola cosa ti dico, tu ti devi stare attento che non succeda qualche cazzata, per il resto fate quello che volete…”.
Le visite dei due emissari e anche del figlio, continueranno nei mesi successivi e secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio, Domenico Libri, non aveva smesso di tirare le fila degli affari della cosca tra appalti, traffico di stupefacenti e smaltimento dei rifiuti. La presenza del boss a Prato si interruppe nel 2006 quando i carabinieri lo prelevarono da un appartamento in via Ceri, 9 a Chiesanuova, tra la stazione di Borgonuovo e la Tangenziale, dove si era trasferito da pochi mesi, forse dopo aver scoperto che nell’abitazione in via Guasti era sottoposto a intercettazione ambientale.
Gli otto anni che Libri  ha vissuto a Prato sono passati senza conseguenze per la città?
Qui nessuno sospettava di vivere accanto a un ergastolano, un pezzo grosso della criminalità organizzata. «Una persona a modo meglio di tante altre” commentò la vicina.
Secondo gli inquirenti era dalle stanze a due passi da piazza San Domenico che Libri muoveva le sue pedine a mille chilometri di distanza, ma siamo sicuri che in otto anni non abbia mosso qualche pedone anche anche nella città in cui aveva scelto di vivere?

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