anni ’50 (ancora don Milani)

puntata precedente: DON MILANI A PRATO (PARTE I)

2^ puntata – I ragazzi in fabbrica

Don Milani conosceva bene le condizioni di lavoro nelle fabbriche pratesi degli anni ’50. Ad informarlo erano i ragazzi che frequentavano la sua scuola serale a San Donato di Calenzano.
In una lettera a suo amico don Piero canonico a Prato, che poi pubblicherà in allegato a Esperienze Pastorali, racconta in particolare di Mauro un ragazzo che aveva cominciato a lavorare a 12 anni, “prima a far cannelli e poi 12 ore al telaio a cottimo”, presso i terzisti di grandi lanifici. 

“… Lavorare a 12 anni a turni vuol dire rovinarsi la salute. Tornare a casa solo per buttarsi sul letto e levarsi solo per ripartire. Perdere  la scuola popolare. Perder gli amici. Dormire quando vegliano gli altri, vegliare quando dormono. Insomma esser tagliati fuori dal viver civile…”.
Mauro lavorava a nero, senza contratto, senza assicurazione, senza mutua, come era normale  secondo don Milani per il 90% di chi lavorava nelle fabbriche pratesi di quegli anni.
“…  E chi lavora senza libretto non compare negli incartamenti. Gente che non esiste, eppure vive e soffre e si ammala e mangia e prende moglie e fa figlioli e s’infortuna e tutto questo senza assicurazione, senza contratto, senza difesa. In una parola: schiava…”
Poi a Mauro gli si ammalò il babbo e fu costretto ad aumentare i turni di cottimo: “A furia di far 12 ore, s’era ridotto da far spavento.”
Fu in quei giorni che Don Milani sentì che un lanificio assumeva e quindi, rinunciando al suo orgoglio e facendo forza alle sue convinzioni e al caratteraccio che si ritrovava, decise di utilizzare il proprio abito talare per raccomandare Mauro per un posto fisso, sottraendolo così all’eccessivo peso del lavoro a cottimo e garantendogli anche la copertura sanitaria. Così si recò da Calenzano a Prato in bicicletta, così come facevano ogni giorno i suoi ragazzi e fu ricevuto dall’importante industriale proprietario della fabbrica. Nel racconto don Milani, per prudenza, cambierà il vero cognome dell’imprenditore in Baffi.

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Don Milani incontra l’industriale Baffi. Fotogramma da: Domani è un altro giorno  di Gabriele Cecconi (1997)

“Dissi solo che aveva il babbo malato, che lavorava dai terzi senza libretto, che così non poteva andare avanti… “. L’industriale interruppe la pietosa narrazione:
“E’ inutile Padre che s’affatichi a raccontarmi. La mia amministrazione non può interessarsi a nessun motivo umanitario. Lei mi capirà certo. Qui c’è una legge sola: il bene dell’Azienda. Che poi infine è il bene di tutti. Il ragazzo è in prova. Ma gli dica che non ammetto scioperi.
– “Ma almeno,  mi dica se è sicuro di assumerlo. Se no, non può lasciare i terzi. Ha la famiglia troppo gravosa per mettersi a questi rischi”.
– “Padre io non posso assicurarle nulla. Io ne licenzio 5 o 6 la settimana e ne assumo altrettanti. Il lavoro a me non manca mai. Ma da me c’è un sistema speciale. A me piace l’ordine, la disciplina. Son sicuro che anche lei, Padre la pensa come me”.

Il cinismo dell’industriale colpì molto don Milani che nel testo a stampa si lascia andare nei suoi confronti ad invettive feroci. Descrive anche le condizioni di lavoro nella fabbrica Baffi:
Dodici ore di notte e dodici di giorno son comuni dal Baffi. Ma le ragazze per mesi interi han fatto 16 ore. La notte la fabbrica lavora come di giorno. E questo potrebbe essere anche bello. Ma a sapere che son tutti bambini diventa orribile. I più grandi non hanno 18 anni, perché lui li vuol tutti così o ragazze. E le ragazze le vuole anche belline. Lui lo sa che ragazzi e donne fanno confonder poco. Con loro può fare ogni soperchieria sicuro che staranno zitti”.

Le cose in fabbrica non vanno bene per Mauro Gini. Scopre che Baffi fa solo contratti a termine. “... Ognuno firma per due mesi e rinnova alla scadenza per altri due e così via...”.
Ma Mauro non viene neppure assicurato e deve comunque sottostare alle dure regole del lavoro nella fabbrica del Baffi. Sette giorni di lavoro, quattro telai a cui badare contemporaneamente, un esoso sistema di sanzioni (“per un colpo mancante 500 lire di multa, per due colpi 1000), minacce di licenziamento in tronco al minimo errore.

Finalmente, dopo qualche mese Mauro viene assicurato, ma dopo solo una settimana Baffi gli dice semplicemente “Da domani non tornare”.

continua

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