Cosa si vedeva dalla Calvana

Nel 1605 viene pubblicata a Londra” Survey of the Great Duke’s State of Tuscany” una descrizione della Toscana dell’inglese Robert Dallington, la prima di una lunga serie di opere straniere nelle quali si parla male dell’Italia.
Per scriverla, e per imparare la lingua toscana, il viaggiatore del periodo elisabettiano passò quasi tutto il 1596 in Toscana e ben quattro mesi a Prato, più economica di Firenze.
L’opera fece un certo scalpore proprio perché dava un giudizio negativo del governo e dell’organizzazione politica del Granducato, avviato verso un inarrestabile processo di decadenza, oltre a descrivere le disastrose condizioni igieniche delle città e ad analizzare le difficoltà dell’economia toscana, fondata essenzialmente sull’industria tessile.
Il Granduca, offeso da tali impietosi giudizi, fece le sue rimostranze al re d’Inghilterra chiedendo inutilmente che tutte le copie del volumetto fossero bruciate.
Di Prato Dallington mette in evidenza l’importanza demografica ed economica poco riconosciuta fuori dalla città, notando che a Prato mancava “solo la sede vescovile per essere città”, descrive la Fiera di settembre alla quale partecipavano 20.000 persone provenienti da fuori città,  ma non nasconde la grande povertà dei ceti più popolari e proprio la folla stracciona della fiera gli fa dire che dietro il paradiso fatto di bellezze artistiche, in Italia “… la povertà e la fame, non avevano un regno più grande…”.

PratoMa del soggiorno pratese di Dallington mi piace mettere in rilievo la sua gita sulla Calvana (“un ripido colle, due miglia sopra Prato”) dove si recò con un’altro gentiluomo inglese (forse il conte di Rutland)  per poter avere un colpo d’occhio completo del panorama.
La sua testimonianza ci da un quadro di come doveva essere il paesaggio della Piana alla fine del Cinquecento.  Dallington  vide una pianura fortemente abitata e coltivata, suddivisa in piccoli appezzamenti: “…non abbiamo potuto scorgere un appezzamento di terra più grande di un acro e mezzo… eccetto i pascoli del Granduca…”.  Sul terreno coltivato i tracciati di  filari di viti, gelsi, alberi e siepi creavano una “vista piacevolissima, paragonabile ad una scacchiera…”.

Certo non è possibile ricreare quello che vide Dallington dall’alto; tuttavia le  mappe di possedimenti agricoli nel XVIII secolo ci possono darci l’idea di come era strutturata la campagna.

193_0007

Premesso che l’espansione urbana ha ridotto moltissimo il territorio agricolo, occorre  dire che, anche nelle parti residue,  la struttura del mosaico agrario  si è molto alterata e semplificata: la tipica struttura a prode con i campi, generalmente di forma rettangolare, bordati di viti su sostegni vivi, filari di alberi da frutto o anche da legno, sentieri e canali di drenaggio è andata persa. Questa alterazione si è verificata molto dopo la visita di Dallington e, come dimostrano le foto aeree degli anni ’50, la strutturazione secolare della pianura è sopravvissuta fino al secondo dopoguerra.

tavolaOggi l’espansione dei vivai, la noncuranza nella progettazione delle infrastrutture, l’abbandono e il degrado stanno compromettendo definitivamente ogni preesistenza agricola, rendendo velleitario parlare di un futuro  parco “agricolo” che potrà essere tale, cioè legato ad un’attività agricola rivitalizzata, solo se si tutelerà con immediata efficacia  la maglia agricola ancora presente e se si immagineranno nuove forme di uso  che lascino da parte impossibili modelli agricoli industrializzati o estensivi, fatti di vivai o di campi di granturco, che spesso non viene neppure raccolto,  e che invece riproponga quella suddivisione in piccoli appezzamenti ordinati, coerenti con il reticolo idrico,  capaci di integrare colture annuali con altre arboree  e tali da riproporre quella “vista piacevolissima, paragonabile ad una scacchiera”, e dare una produzione agricola diversificata e direttamente utilizzabile sul territorio.

Annunci