Don Milani a Prato (parte I)


Il mito fondante di Prato, lo sviluppo dell’industrializzazione a partire dagli anni ’50, che nella memoria della città richiama un’epoca barbara e innocente dominata dalla mistica del lavoro, ha avuto testimoni imprevedibili.

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Uno di questi fu don Milani che frequentò Prato nel periodo tra il 1948 e il 1954 quando era cappellano a San Donato presso Calenzano. Molti dei ragazzi che frequentavano la sua scuola serale lavoravano a Prato recandosi ogni mattina in città come tantissimi altri, come descrive lo stesso don Milani:

“A voler esser prudenti son 10.000 i tessitori che lavorano a Prato dai “terzi”. E’ una marea che scende ogni giorno dai monti, risalendoli perfino dal versante di Bologna.Che si raccoglie dalla piana fin da Pistoia e Firenze. Due ragazzi che ho conosciuto io sono d’Abruzzo e dormono nello stanzone sulle pezze. A casa torneranno d’agosto. Una marea senza nome e perfino senza peso nelle statistiche perché lavora senza libretto. E chi lavora senza libretto non compare. Gente che non esiste, eppure vive e soffre e si ammala e mangia e prende moglie e fa figlioli e s’infortuna e tutto questo senza assicurazione, senza contratto, senza difesa. In una parola: schiava come ai tempi di Nerone: gente senza diritti.”

Le impressioni di Don Milani su Prato, riportate nel libretto “Esperienze pastorali”,  subito proibito dalle istituzioni ecclesiastiche, furono dunque molto diverse dall’agiografia corrente fatta di dedizione al lavoro, di imprenditoria diffusa e di comunità d’intenti tra padroni e operai.
Don Milani scrive di precarietà, di lavoro nero, di sfruttamento, di incertezza e di diritti negati. Sembra che parli di oggi.

-segue-

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