Case ai cinesi

Le stravaganti dichiarazioni di chi, negli scorsi giorni sull’onda emotiva del disastro di via Toscana, ha chiesto nuove costruzioni per far fronte alle esigenze di appartamenti per i lavoratori cinesi costretti a vivere e dormire pericolosamente all’interno degli edifici produttivi sollevano delle perplessità appena inferiori alle dichiarazioni di Enrico Rossi circa una concessione di cittadinanza “extra legem” e miracolistica.

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In una città in cui, pur in mancanza di un’accurata ricognizione, sono sicuramente tantissimi gli appartamenti invenduti o sfitti, appare paradossale chiedere ulteriori costruzioni (realizzate da chi? con che costi?) che porterebbero solo a consumo di suolo e alla realizzazione di nuovi ghetti.
Eppure così si sono espressi Wang Li Ping, vicepresidente della CNA e autorevole rappresentante della comunità cinese, Claudio Bettazzi, presidente CNA e anche  Giancarlo Maffei, ex assessore provinciale, secondo il quale a Prato non ci sarebbero alloggi a sufficienza e non si costruirebbero alloggi a sufficienza.
Giustamente tali dichiarazioni hanno ricevuto una assai fredda accoglienza.
Secondo tali “conoscitori”, i cinesi clandestini rimangono tali per mancanza di un alloggio? Perché tra i tanti alloggi sfitti o invenduti non trovano quello che fa per loro? E dopo la nuove edificazioni risolveranno i loro problemi semplicemente acquistando o affittando quello di loro preferenza?
Oppure credono possibile un’intervento pubblico di qualche genere che sarebbe fuori dalle normative e  renderebbe ancora più profondo il burrone che separa la comunità cinese dalla città?
Tuttavia occorre ricordare un antefatto.
Il nuovo Piano strutturale di Prato prevede una crescita urbana per 46.000 nuovi abitanti, con conseguente edificazione di residenze e spazi commerciali.
Durante l’iter di approvazione l’assessore all’Urbanistica Gianni Cenni ha giustificato queste quantità previste con la volontà di “dare la possibilità a tutti quei soggetti, oggi clandestini, in particolare nella comunità cinese, che vogliano uscire dall’ombra di poterlo fare“.
L’affermazione poco approfondita dalla stravagante stampa locale e dalla misteriosa politica cittadina, presenta numerosissimi punti d’interesse ed in particolare fa riflettere sulla circostanza che la parte più consapevole dell’attuale amministrazione probabilmente ha compreso come la comunità cinese sia la base della solidità economica dei ceti sociali di riferimento del centro destra: imprenditori che hanno potuto abbattere i costi con il ricorso ai terzisti cinesi, intermediari che tengono le fila di lucrosi affari, commercianti che vedono i cinesi come clienti paganti, professionisti che prosperano come consulenti di ditte cinesi, ed ex imprenditori che si sono riconvertiti a operatori immobiliari, incassando ricche rendite dagli affitti.
Nei prossimi mesi tuttavia tale ipotetica componente politica dovrà ipocritamente dissimularsi e prepararsi ad un’altra furiosa campagna elettorale, tutti dietro Milone e i suoi tifosi, con il coltello tra i denti sulle tematiche relative all’immigrazione e sulle promesse di contenimento e repressione del fenomeno.

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