Proposta n.1 – Zero consumo di suolo

Conoscere i numeri sull’incremento del consumo di suolo del territorio pratese è assai difficile per la difficoltà di definire il fenomeno e per la scarsità di dati disponibili. Tuttavia possiamo anche farne anche a meno: basta dare un’occhiata a Google Earth per capire che ormai le  porzioni della piana agricola a Sud  e a Sud Ovest sono le ultime aree residuali di un territorio aperto che ormai non esiste più.
Il consumo di suolo, che non dipende solo dall’edificazione, ma anche da urbanizzazioni di vario genere e dal degrado, sembra addirittura accelerare in un’epoca che vede scarsi incrementi demografici.

consumodisuolo
Dunque questa è la proposta da fare a tutte le forze politiche che si presenteranno alle elezioni amministrative:  includere nel loro programma un piano regolatore a crescita “zero” che punti sulla crescita qualitativa e non quantitativa della città.
Dunque non il consueto “contenimento del consumo di suolo” (concetto entrato nel politichese come mezzo linguistico per esorcizzare e non risolvere i problemi, per impadronirsi di idee che si fanno strada e castrarle deformandole ai propri fini) ma un totale azzeramento del consumo di suolo. Si può fare!

Per evitare che il consumo del suolo possa compromettere anche le aree agricole residuali occorre revisionare subito gli strumenti urbanistici della città di Prato. In particolare occorre modificare il Piano Strutturale da poco approvato abbassando la previsione di aumento demografico di nuovi 46.000 nuovi abitanti, annullando l’ampia classificazione di “aree a prevalente funzione agricola” che apre la strada a uno “sviluppo” fatto d’interventi edilizi frammentati e dispersi, risolvendo il contenzioso con la Provincia e la Regione relativamente al tema del “Parco della piana” e adottando un piano a “zero volume” e soprattutto a zero consumo di suolo.
Un piano che veramente faccia  della  riqualificazione delle aree dismesse il punto focale delle sua strategia, che punti sulla trasformazione della città, sul recupero e sul risanamento di San Paolo, sulla risorsa delle aree dismesse nella prima periferia e sulla rigorosa salvaguardia del territorio non ancora urbanizzato. Questi interventi riqualificherebbero l’intera città e avvierebbero  processi virtuosi coinvolgendo tutti gli aspetti economici, come dimostrano gli esempi riusciti di altre città europee.

Annullare e impedire nuove costruzioni su suoli liberi,oltre a tutelare il territorio agricolo, indirizzerà il mercato immobiliare e gli investimenti verso le trasformazioni urbane, favorendo la saturazione del tessuto edilizio, il riuso di immobili inutilizzati,  il recupero di aree degradate, la riconversione, mediante piani attuativi, di aree produttive incompatibili con il tessuto residenziale circostante.

Ci sono oltre 70 comuni italiani che hanno scelto uno  sviluppo urbanistico qualitativo, rinunciando a ridurre il territorio agricolo. Certo si dirà che sono piccoli comuni, ma è anche vero che non dispongono delle tante aree, piccole e grandi, da riutilizzare esistenti in una città in cui l’industria manifatturiera va declinando. Il piano a “crescita zero” scelto da una città come Prato porterebbe la città al centro del dibattito culturale e dell’attenzione pubblica nazionale per motivi diversi dai problemi dell’immigrazione che sembrano essere diventati un marchio  di condanna.

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