La dura realtà

Crocifisione_di_prato,_giovanni_bellini
Ci sono momenti nella storia di una nazione o di una città, nei quali si concentrano significati diversi, capaci di trasformare un singolo episodio in un’occasione esemplare di sintesi storica.
La controversa partenza da Prato delle opere d’arte della Galleria di palazzo Alberti è uno di questi momenti.
Ci ricorda come la crisi di Prato non è cosa di questi anni ma che risale agli anni ’80 quando la Cassa di Risparmio si ritrovò in sofferenza in seguito all’emergere di un rilevante ammontare di crediti inesigibili da parte di molte aziende tessili, che comportò lo scioglimento degli organi amministrativi ed il commissariamento della banca per gravi perdite patrimoniali. La città da allora vive un’agonia economica lunga venticinque anni, con innumerevoli fallimenti aziendali e disoccupazione, senza tuttavia rassegnarsi alla necessità di rinunciare alla centralità del tessile. Prato continua a vedersi come città vitale e in crescita e progetta nuovi ampliamenti urbanistici e nuovi insediamenti industriali ma negli ultimi decenni la maggior fonte di reddito “imprenditoriale”” sono i canoni di affitto ai cinesi.

La crisi della Cassa di Risparmio, dopo lunghe vicissitudini, si concluse nel 2002 con l’intervento della Banca Popolare di Vicenza che comprando la maggioranza delle azioni, si accollò debiti e attivi della banca pratese. Dunque possiamo dire che le opere della galleria di palazzo Alberti servirono, a pagare i debiti dell’economia cittadina? Perché dunque parlare ora di “saccheggio”? Perché la “classe dirigente” della città, industriali in testa, sbraitano e lamentano un nuovo “sacco di Prato?  Forse perché i presunti industriali pratesi (oggi per lo più immobiliaristi) sono abituati a non pagare mai pegno, a non pagare mai i debiti, a ribaltare sulla città il lato passivo delle proprie attività, ad avere sempre dalla propria parte l’amministrazione pubblica di qualsiasi versione politica?

Nel 2010 la Fondazione Cassa di Risparmio di Prato, “salotto buono”, simbolo e centro di un trasversale e pervasivo potere oligarchico sulla città, ha venduto alla BPV le ultime 160mila azioni della Cariprato per un  totale di 33,44 milioni. Questo ha consentito alla banca vicentina di procedere alla fusione per incorporazione della Cassa di Risparmio di Prato cancellando ogni possibile ostacolo al definitivo possesso del patrimonio della banca pratese, ora senza più personalità giuridica. All’epoca poche voci si alzarono inascoltate per sollevare dubbi, tra cui quella dell’IdV.
Ora la stessa classe dirigente, raccolta nella Fondazione, custode dell’inutile e immobile tesoro di 100 milioni in azioni BPV, intorno a cui si combattono aspre lotte di potere, lancia grida di allarme e piange lacrime di coccodrillo perché i quadri della raccolta lasciano Prato per Vicenza, una città che probabilmente saprà meglio valorizzarli, dopo decenni in cui sono stati nascosti nel ventre di Palazzo Alberti, al solo scopo di rappresentare una forma d’investimento.

Quelle opere, per la banca che le ha collezionate, erano solo un modo di diversificare il proprio patrimonio o meglio il capitale che è imposto dalla normativa. Che fossero opere d’arte invece che valuta straniera o lingotti d’oro era solo più comodo e sicuro.
Non si vede dunque alcun spiraglio di far valere il vincolo pertinenziale di una collezione recente e eterogenea con l’edificio o con la città. Inutili dunque i pellegrinaggi a Vincenza per pietire ed elemosinare il ritorno delle opere. Al massimo ritorneranno le opere minori, non certo il magnifico crocifisso belliniano.

Che se ne vadano dunque i quadri e che la città affronti la dura realtà e volti pagina lasciandosi alle spalle questo buio periodo della sua storia. Che la politica dia più ascolto ai giovani e meno agli interessi del ceto oligarchico. Che si dimentichi per sempre la Cassa di Risparmio, banca-mucca che ha allattato gratis i cosiddetti imprenditori della città. Che si esca dal provincialismo culturale ed economico e dalla difesa di un’asfittica e inutile provincia.

P.S. Infine colpisce che a tardiva difesa di un patrimonio artistico si sollevino le voci dei rappresentanti di una città che ha sempre tenuto in poco conto cultura e arte, che ha sempre preferito investire nelle feste della salsiccia e che ha la minor percentuale di diplomati e laureati della Toscana. Una città che  ha lasciato sputtanare il patrimonio culturale degli scavi di Gonfienti e soprattutto delle Cascine di Tavola, di valore storico e artistico di certo maggiore di quello della pur bellissima collezione della Cassa di Risparmio.

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