Sinistra e razzismo

La sinistra pratese si è sempre distinta per l’attenzione posta sull’integrazione dei “migranti” e sulla futura “società multietnica”.

Spesso a portare avanti questi concetti sono persone che, benché benestanti, esprimono con coerenza la “solidarietà” verso i cosiddetti extracomunitari.

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Scritta fotografata in via Borgioli

Questi benpensanti auspicano il “dialogo” tra gli italiani e i loro vicini stranieri, ma essi si tengono ben alla larga da quei luoghi squallidi,  in mezzo a degrado e bidoni traboccanti, dove le comunità straniere sono più numerose.

Abitano in condomini di pregio e in quartieri tranquilli e si stupiscono che poveri pensionati reagiscano con disagio e paura ad un mondo che cambia così vicino a loro, che speravano in un po’ ‘di serenità alla fine delle loro vite.

Credono che l’immigrazione crei solo nuove opportunità e che gli stranieri nel lavoro non siano in competizione con gli italiani perché in effetti essi non fanno le loro stesse professioni e si stupiscono quindi quando operai o muratori lamentano che l’immigrazione abbia  contribuito ad  un peggioramento di salari e condizioni di lavoro e ad un aumento della disoccupazione.

Non conoscono o disconoscono le reali tensioni, tra italiani e stranieri, che possono nasce in una realtà così complessa e in trasformazione, ma sono pronti a distribuire accuse di razzismo con una certa facilità, anche se gli unici stranieri che conoscono sono la colf filippina, il console cinese incontrato ai convegni e l’affittuario di qualche misero e decrepito appartamento senza  riscaldamento da cui riscuotono affitti sostanziosi.

Si accontentano di enunciare nobili principi, come quello di “comunità solidale”, senza abbassarsi a considerazioni pratiche, senza comprendere la competizione tra poveri per servizi come l’accesso alle case popolari o come la pressione crescente sui servizi sanitari e assistenziali.

Mandano i bimbi alle materne private e si stupiscono, quindi, dell’astio di alcuni che non trovano posto alla materna statale perché superati in graduatoria da stranieri.

Mandano i figli più grandi al Cicognini, dove hanno studiato anche loro, e sono molto esigenti su dove e con chi i loro ragazzi vanno a scuola, ma pensano che la presenza di otto o dieci bambini completamente da alfabetizzare in una classe di una scuola normale sia una “ricchezza” per la formazione dei bambini italiani.

Pensano che i cinesi debbano essere educati, con gradualità, alla legalità e al rispetto delle regole, ma affittano loro sporchi capannoni inagibili ereditati dal nonno.

Si sentono superiori alle persone comuni che manifestano il loro disagio in forme estreme (verbalmente) e continuano, senza alcun dubbio, a declamare che l’immigrazione è una “risorsa”.

Hanno il presente o futuro assicurato da famiglie agiate, da occupazioni appaganti o da belle speranze ben riposte, ma si stupiscono e inorridiscono per le parole d’ira pronunciate da chi ha perso il lavoro e impreca verso chi, la società tutta, addita come nemico.

Piace loro l’idea di una società “multietnica”, e non si turbano per chi ha visto la propria vita stravolta e i propri luoghi, in cui  sentirsi a casa, completamente cambiati nel giro di pochi anni.

Quando però accade qualcosa a loro o alla loro famiglia ecco che viene fuori la vera natura classista del loro buonismo: “Extracomunitari ladri, dovete morire”.


Questo spiega come questa classe dirigente della città non è stata in grado di governare le trasformazioni, ma solo di subirle e farle subire alle classi più deboli. L’immigrazione è un fenomeno epocale e inevitabile, ma non si possono nascondere o dimenticare i problemi, perché in caso contrario questi problemi diventeranno irrisolvibili e saranno alla radice del razzismo.

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