Anche la bruttezza ci insegna qualcosa


Nel 1998 la rivista che Italia Nostra inviava ai soci, sul retro della copertina del numero dedicato alle “brutture edilizie”, pubblicò alcuni esempi degli “squallidi orizzonti del paesaggio italiano”.

bruttoLa figura 4 rappresenta il Viale della Repubblica a Prato e in particolare gli edifici che fronteggiano a Nord e a Est il Museo Pecci. Si tratta di alti e voluminosi edifici destinati ad uso direzionale e ricettivo, costruiti alla fine degli anni ’80 insieme al museo, in una specie di compensazione urbanistica per la lodevole iniziativa privata di costruire un museo di Arte contemporanea, anticipando l’urbanistica contrattata tanto di moda nei successivi decenni.

museo

Il progetto era stato affidato ad un vecchio maestro fiorentino Italo Gamberini ovvero allo studio a lui intitolato, vista l’età del vegliardo, attivo fino dagli anni ’30.
La bruttezza di questi edifici, certificata da tanto autorevole fonte, risulta evidente a chiunque voglia osservare con attenzione e ci invita a delle riflessioni.

  • Spesso chi osserva da fuori riesce a vedere meglio di chi sta dentro. Dovremmo tenere conto di chi non è pratese e osserva la nostra città da visitatore. Le ingombranti costruzioni che completano il Pecci sono passate inosservate in città, ma sono state pubblicate come esempio di bruttezza anche nel volume “Gli amici dei mostri” edito nel 1997. Estendendo il discorso, cerchiamo di ascoltare gli amici che vengono a trovarci da altre parti d’Italia e si stupiscono della bruttezza di Prato.

  • L’affidare un progetto impegnativo a vecchi maestri non è garanzia di un buon risultato; negli stessi anni Gamberini, stava dando altre discutibili prove nella realizzazione della “triste costruzione” dell’Archivio di Stato di Firenze[1]  e nella ristrutturazione dello stadio Franchi a Firenze il cui progetto è stato giudicato un “cinico massacro perpetrato da Italo Gamberini in dispregio alla cultura, nella completa indifferenza degli intellettuali fiorentini e italiani, e con il compiacente assenso della Soprintendenza ai beni ambientali e architettonici”.[2] 

  • Pensare che il Museo possa sottrarsi alla bruttezza del contesto che esso stesso ha determinato è un’illusione, visto che esso condivide con gli edifici intorno colori, finiture plastificate e impronta progettuale, già “vecchia” alla fine degli anni ’80 come si osservava allora tra noi studenti. Aver utilizzato un linguaggio architettonico antiquato è ancora più grave trattandosi di un museo di Arte Contemporanea. Le quinte urbane sulle quali dovrebbe risaltare il “simbolico” e “espressionistico” volume del museo, in realtà riflettono su di esso la loro vuota bruttezza. E il museo si fa carico di questa incombente presenza tentando l’inutile e banale scimmiottare un edificio industriale come unico principio progettuale, senza risollevare la propria scarsa qualità con una qualche eccellenza funzionale, anzi affossandola con una definizione degli spazi piena di strozzature e percorsi inutili come un tubo-passerella e la rampa che conduce all’ingresso del piano primo mai utilizzata e inutile riferimento a un qualche progetto di Le Corbusier.

  • E infine ricordiamoci che il mecenatismo degli industriali pratesi può anche non essere completamente disinteressato.

Salvatore Gioitta

NOTE

[1] Paolucci rimpiange la “Casa del Balilla”, Repubblica, 02 febbraio 2001.

[2] C.Cresti, Firenze capitale mancata. Architettura e città dal piano Poggi a oggi, Mondadori Electa, 1995.

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