L’archimostro di Artimino

archimostro

L’ecomostro di Artimino non è una novità; purtroppo esiste incompiuto da anni. Tuttavia la collettività con esso deve ancora fare i conti e dunque occorre approfondire le questioni che hanno reso possibile la sua realizzazione, anche per evitare che tutto si ripeta altrove.

  • La progettazione affidata all’università, cioè a professori della facoltà di Architettura, potrebbe sembrare una garanzia a chiunque non conosca la decadenza di questa istituzione, la cui parte più vitale sono senza dubbio gli studenti e non i professori, spesso lontani non solo dal dibattito culturale ma anche dalla stessa pratica della progettazione.
  • L’edificio infatti è concepito con un linguaggio architettonico che si potrebbe riferire grosso modo ai primi anni ’80. Pur non auspicando progetti legati a mode passeggere, non si può non rilevare in tale stile attardato, una certa povertà culturale, che si riflette in tutto il processo decisionale e progettuale.
  • Questo carattere si manifesta anche nei singoli elementi architettonici come i finti archi che articolano le facciate dando loro un carattere di vacuo monumentalismo, simile ai piccoli timpani che certi architetti pratesi ancora mettono in fregio a inerti ed esanimi volumi. Senza dubbio gli archi saranno sembrati ai progettisti un valido elemento di contestualizzazione nell’equivoca equazione: storia = archi.
  • Tale povertà culturale, nel significato di privazione di stimoli non necessariamente provenienti dalla cultura architettonica, ha comportato anche la localizzazione sbagliata, legata al solo fatto contingente della proprietà pubblica di quel luogo; cioè un accidente è diventato, in assenza di idee, l’unico elemento decisionale fondante. Si è consentito dunque alla povertà economica di diventare povertà culturale e questa è una minaccia che ci accompagnerà costantemente nei prossimi anni.
  • Sull’errore di localizzazione, aggravato dall’altezza di due piani più torretta, sembrerebbe inutile argomentare, tanto è evidente; tuttavia non è eccessivo sottolineare come per secoli sul crinale che collega il borgo con la pieve non siano sorte costruzioni di un qualche rilievo, nella consapevolezza che i due insediamenti rappresentassero due identità da tenere distinte e da non compromettere.
  • Artimino possiede un nuovo museo archeologico che appare ben in grado di adempiere al ruolo di centro didattico di documentazione e visita. Qualora si manifestasse un bisogno di potenziamento, lo spazio dovrebbe ragionevolmente essere cercato nel borgo, nell’intento di valorizzare non solo i ritrovamenti ma il territorio e di integrare quanto più le attività culturali nell’abitato.
  • Si potrebbe inoltre riflettere sui criteri che le nostre amministrazioni utilizzano per stabilire la priorità e l’economicità degli interventi. il centro didattico era prioritario ? Forse si, anche se si potrebbero segnalare, rimanendo nell’ambito culturale e archeologico, molti altri interventi necessari: la valorizzazione e la protezione degli scavi di Pietramarina, la tutela dei tratti murari del recinto del Bargo Reale, il restauro delle mura del borgo di Artimino e delle due torri ancora esistenti, la stipula di una convenzione che consenta la visita della Villa del Buontalenti, la realizzazione di un museo della cultura contadina e del territorio.
  • Circa i criteri economici risulta difficile comprendere come il riuso della piccola costruzione esistente sul sito possa essere più costosa della costruzione del nuovo edificio ( 626.000 euro che supereranno il milione nel proseguo dei lavori).  La modesta scuola rurale ad un solo piano era senza dubbio sufficiente e facilmente adattabile al ruolo di centro didattico per le attività delle scolaresche in visita e di centro di documentazione per orientare e facilitare le visite sul territorio.
  • La demolizione della piccola scuola rurale rivela inoltre un completo disinteresse per il patrimonio edilizio del XX secolo. Il piccolo e modesto edificio degli anni ’50, senza essere un capolavoro della storia dell’architettura, con il corretto uso dei materiali e l’equilibrata disposizione dei volumi si era guadagnato il suo posto sul crinale di Artimino e rappresentava comunque una preesistenza ricca di memorie. La stessa sorte sembra segnata anche per le altre scuole rurali sopravvissute nel territorio, tra cui quella di Verghereto.
  • E infine che cosa farne di questo edificio che il luogo non accetta  e che ha mosso all’indignazione così tante persone? L’amministrazione ha pensato, tardivamente, di mitigarne l’impatto, con il rivestimento in pietra (?!), e interrando una parte dell’edificio, come se questo potesse risolvere il problema posto con l’imprudente costruzione.
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