Consiag e Beni Comuni

Le vicenda del bando del gas, del patto segreto tra Amministrazione Comunale di Prato e società Consiag-Estra e delle indagini in corso pongono diversi dubbi. Tralasciando quelli relativi alla turbativa d’asta, alla mancanza di trasparenza e sulla legittimità dell’operazione, che compete agli organi competenti, occorre tuttavia evidenziare un’altro aspetto che costituisce un precedente pericoloso per tutti i servizi pubblici e i beni comuni delle nostre città.

consiag_facciata_palazzoCon il patto stipulato, il Comune ha riconosciuto al gestore uscente del servizio di distribuzione del gas la proprietà della rete, rinunciando ad opporsi legalmente. Qualsiasi sia la motivazione della giunta Cenni, in tal modo si  è rinunciato ad affermare il principio della proprietà pubblica sulle infrastrutture, realizzate con i soldi dei cittadini, e ad appurare nella sede giudiziaria preposta l’effettiva applicazione ed interpretazione delle leggi.

Effettivamente la situazione risulta poco chiara, anche a causa della duplice e ambigua natura di queste società di servizi, in parte comprese nell’economia di mercato ed in parte soggette al controllo pubblico: una caratteristica  che sta manifestando tutti i suoi pericoli e inganni. Quindi era utile un chiarimento da parte della giustizia amministrativa,  a cui il Comune di Prato ha rinunciato, a seguito di una mancia di 7 milioni di euro che peraltro rischia ormai di non arrivare in tempo per sistemare il bilancio 2013.

Si è posto dunque un pericoloso precedente: una collettività può essere privata di una pubblica infrastruttura (per meglio dire del suo valore quantificato in 90 milioni di euro). Superato l’ostacolo TAR, il nuovo gestore Toscana energia, dovendo rientrare di tale rilevante spesa, si dovrà inevitabilmente rivalere  sulle bollette dei cittadini che così ripagheranno impianti già pagati. Sorprende che solo in pochi abbiano messo in luce questo perverso meccanismo che vede risorse ingenti allontanarsi dalla città e dirigersi altrove: Consiag-Estra, nonostante tutte le indagini possibili, infatti non smetterà di esistere e investirà i 90 milioni in altri territori.

Pensiamo ora che allo scadere del contratto con Toscana Energia venga indetta una nuova gara d’appalto vinta da un’altro gestore e che quest’ultimo debba riconoscere alla società uscente il valore della rete di distribuzione: la collettività sarà ancora una volta espropriata di un proprio bene comune?

Lascio agli esperti l’approfondimento legislativo della situazione e certo si dirà che in Toscana si va verso un gestore unico  e che queste situazioni non si ripeteranno. Forse è così, ma non si può non rilevare il pericolo che incombe su quelle che chiamiamo infrastrutture pubbliche. Facciamo, per esempio, l’ipotesi che Publiacqua perda in futuro l’appalto per il servizio idrico integrato. Avendo la società a regime pubblico-privato realizzato ingenti investimenti infrastrutturali ( fin’ora 600 milioni), rivendicherà la proprietà di tutti gli impianti vecchi  e nuovi che dovranno essere riscattati dal nuovo gestore ? Certamente sì, e così la collettività ripagherà con le bollette del nuovo gestore beni pubblici che si scoprirà non essere tali.

Cosa fare? Senza dubbio occorre risolvere a livello nazionale i problemi normativi, ma tuttavia risulta chiaro come sia la natura ambigua delle società multiservizi a creare i maggiori problemi che certo non erano possibili con le vecchie società municipalizzate. Se non è possibile tornare a tale soluzione, che comunque assicurerebbe il rispetto del carattere pubblico dei servizi essenziali, allora è meglio un regime di libero mercato, in cui sia però chiara la distinzione tra la proprietà della rete (pubblica) e la sua gestione in concessione (privata).

In tal modo si eviterebbe un continuo esproprio dei beni pubblici, a cui lo scellerato patto sembra averci esposto.

Salvatore Gioitta

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