Vivai a Prato

Nella pianura a sud di Prato da diversi anni, molti appezzamenti di terreno sono coltivati a vivaio, sull’esempio della vicina Pistoia dove questa attività economica si è storicamente consolidata.

Che esista ancora un possibile sfruttamento agricolo del territorio inedificato dovrebbe essere senza dubbio positivo, tuttavia, come sappiamo, molti sono i dubbi sull’impatto ambientale e territoriale di questa attività, che è riduttivo definire agricola.

Cominciamo con il dire che si tratta di colture soggette a irrigazione in quasi tutti i periodi dell’anno e che l’acqua viene quasi sempre ricavata da pozzi privati che emungono senza controllo dalla falda, contribuendo molto ad impoverirla in periodi di siccità come minacciava di essere l’estate del 2012.

Sempre a proposito della falda occorre ricordare i pesticidi, diserbanti e fertilizzanti che i vivaisti usano in modo incontrollato e in gran quantità, trattandosi di colture non alimentari. Su tale uso massiccio di mezzi chimici ad alto impatto incide anche la necessità  di ottenere le certificazioni fitosanitarie necessarie soprattutto per l’esportazione. I terreni impiegati sono spesso preventivamente sterilizzati con il ricorso a mezzi chimici.

Altri problemi sempre poco approfonditi riguardano lo smaltimento degli scarti verdi, la possibile propagazione di specie infestanti, la proliferazioni di costruzioni e annessi, consentiti anche ad aziende piuttosto piccole.

Infine occorre osservare come il vivaismo sia un’attività particolare per quanto riguarda la sistemazione agricola del suolo: non ha bisogno di fossetti e pendenze di drenaggio ma solo di una superficie quanto più possibile piatto  e compatto. Il terreno dei vivai, anche quando non viene praticata la coltivazione in vaso, appare scarsamente permeabile e duro, adatto al passaggio di particolari mezzi agricoli in ogni circostanza climatica. Il risultato è la cancellazione di ogni traccia della sistemazione agricola tradizionale fatta di divisione del terreno in appezzamenti rettangolari con il suolo leggermente “baulato”, cioè pendente verso il perimetro, con piantumazione di filari e canali di scolo laterali, che fanno capo ad altri trasversali. Tale reticolo, dove sopravvive,  costituisce  una griglia territoriale che deriva come orientamento topografico dalla prima e fondamentale strutturazione territoriale della piana, la centuriazione romana. La sistemazione a rettangoli o strisce viene detta a “prode” messa a punto nel XVI secolo, o forse prima, sopravvivendo solo nelle aree meno urbanizzate della piana.

Questi segni territoriali sono puntualmente tutelati da ampollose relazioni allegate a qualsivoglia Piano Strutturale ma non resistono sotto la potente azione dei trattori e delle slitte dei vivaisti che desertificano e pareggiano ogni cosa.

Dobbiamo dunque demonizzare questa importante attività economica? Forse basterebbe prendere atto del suo impatto e cercare di sottoporla a norme che  prendano atto delle sue peculiarità. Ma di questo non c’è traccia in nessun atto di pianificazione  regionale, provinciale o comunale. Così il fantomatico Parco della Piana quando dovesse essere finalmente istituito, troverà ad aspettarlo sterminate estensioni di magnolie, aceri canadesi, palme incappucciate, teli di plastica, vasetti e capannoni agricoli prefabbricati.

P.S. Le foto sono state scattate nell’area posta tra Iolo e l’Ombrone.

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