Elogio del Cantiere

A Prato, in un triangolo stretto tra la linea ferroviaria per Bologna, quella per Pistoia e Pisa e il fiume Bisenzio, sorge il quartiere del “Cantiere”. Il nome deriva dal fatto che la sua origine non è antica né pianificata, ma deriva da un insediamento di baracche destinato agli operai che lavorarono alla realizzazione della Linea Direttissima per Bologna nel primo dopoguerra.
Al posto delle baracche troviamo oggi un agglomerato di casette delle forme più varie e dei colori più improbabili. Lentamente negli anni le costruzioni precarie hanno preso consistenza di muri, solai e tetti e gli operai del cantiere della Direttissima hanno lasciato il posto agli immigrati che dalla regioni del Sud raggiunsero Prato negli anni ’60. Si tratta dunque di un insediamento abusivo in cui tutte le costruzioni, nessuna esclusa sono state realizzate o trasformate senza alcuna licenza o concessione. Negli anni ’70 e ’80 il “Cantiere” suscitava un certo timore dalla popolazione dei quartieri circostanti per le tendenze verso la microcriminalità dei giovani che vi abitavano. Tale senso di ostilità era accresciuto dal carattere di fortino chiuso del “Cantiere” a cui si accede solo attraverso due stretti sottopassi ferroviari, unici accessi di un recinto inespugnabile costituito dalle due linee ferroviarie in rilevato e dall’alta sponda del fiume. Tuttavia i padri di quei giovani irrequieti, quasi tutti operai edili, durante la domenica ed in ogni momento libero dal duro lavoro, lentamente per successivi rifacimenti, ringrossi, scavi, consolidamenti, superfetazioni, rialzamenti, hanno trasformato con le proprie mani le baracche, realizzando scale esterne, sottotetti, aggetti, terrazzi, rientranze, cortili, finestre dalle fogge più varie, tetti dalle sagome più improbabili, accostando materiali quanto più eterogenei e spesso di recupero.

Il Cantiere da via Protche

Oggi il cantiere è un quartiere popolare ma tranquillo e le casette sono sempre più confortevoli e dignitose, anche se sotto l’aspetto pittoresco si intuiscono altezze non regolamentari, stanze non ortodosse, spazi da existenz-minimum. L’origine abusiva è stata faticosamente sanata grazie ai condoni e nonostante la difficoltà rappresentata dalla circostanza che la proprietà dell’area è rimasta a lungo delle Ferrovie.

Tuttavia occorre lasciare da parte il peccato originale dell’abusivismo, condiviso peraltro da tantissimi altri insospettabili edifici della grande città artigiana, per poter riflettere su alcuni aspetti che coinvolgono aspetti culturali generali e per certi versi “esistenziali” per l’architettura (e l’urbanistica) come la conosciamo:

1-     Quegli operai meridionali hanno spremuto uno spazio urbano poverissimo e di resulta ricavandone dignitose esistenze, luoghi abitabili e una non disprezzabile densità edilizia, nonostante ogni sorta di ostacoli. Questo mentre la città consumava in pochi decenni un’immensa quantità di suolo che,  vista su una qualsiasi cartografia, si può giudicare da record.
2-     Essi hanno autocostruito senza controllo e senza guida, rinunciando alle tecnologie più evolute (spesso anche al cemento armato), alla progettazione di tecnici a ciò preparati e preposti, all’ambizione estetica propria di architetti ingenui e massaie del ceto medio. E tuttavia il quartiere ha un proprio carattere, una bellezza spontanea, eccessiva e allegra, una equilibrata coesistenza di qualità individuali e caratteri comuni.
3-     Nel contempo schiere di pianificatori, tecnici comunali, consulenti, dirigenti, politici, progettisti, costruttori, hanno spalmato sulla città ingombranti e sfilacciate periferie, pianificate ma inesorabilmente disordinate e disomogenee, senza spazi pubblici riconoscibili, senza caratteri individuali di un qualche rilievo, senza un disegno generale di qualche utilità, senza nessuna qualità apprezzabile.
4-     Tale situazione che vede Prato come esemplare “città senza qualità”, può essere generalizzata a molte parti dell’Italia che conosco, in cui trovano spazio solo norme vane, prescrizioni derogabili, abitudini inderogabili, invarianti insignificanti, consuete varianti, buie tavernette, spazi di resulta, buone intenzioni, tempietti neoclassici, ideuzze vacue, stile vernacolare, accordi contrattati, inconsistenza del progetto, appetibili vocaboli inglesi, finte gronde alla fiorentina, interstizi pubblici, aiole ritagliate, balconi di cemento armato, basse densità, margini inconsistenti. Tutto questo porta solo a pianificare la speculazione di pochi e a progettare una novella Zobeide, la città più brutta.
5-     Meglio allora abbandonare ogni velleità, ripensare la pianificazione, riflettere sul significato profondo dell’autocostruzione?

 Salvatore Gioitta

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